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Full text of "Il pavimento cosmatesco della chiesa di San Pietro in Vineis in Anagni"

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NICOLA SEVERINO 



COLLANA 
ARTE COSMATESCA 



IL PAVIMENTO COSMATESCO 

DELLA CHIESA DI SAN PIETRO 

IN VINEIS AD ANAGNI 

Ipotesi per una nuova attribuzione alla Bottega 
cosmatesca di Lorenzo 




2011 



Prima edizione, 2011 

Si ringrazia l'INPDAP di Anagni e il dott Salvatore De 
Punzio per la gentile collaborazione e la concessione delle 
immagini del pavimento della chiesa di San Pietro in Vineis 
presenti in questo testo. 

Nota: la numerazione delle immagini comincia da 39, continuando 
quella del volume di questa collana in cui si descrive la cattedrale di 
Anagni. 



Premessa 

Nell'autunno del 2010 visitai la città di Anagni alla scoperta 
del suo patrimonio di arte cosmatesca. Ero a conoscenza 
delle opere conservate nella cattedrale di Santa Maria, come 
il pavimento musivo della basilica superiore, realizzato da 
Iacopo di Lorenzo e di quello della basilica inferiore, la 
cripta, realizzato entro il 1231 da Cosma e Luca, figli di 
Iacopo. Grande interesse rivestono anche i numerosi reperti 
conservati nel Museo Lapidario della cattedrale e 
provenienti dagli smantellati arredi medievali. 
Una visita turistica della città mi ha riservato tre grandi 
sorprese. Le prime due sono relative all'esistenza di lacerti 
di pavimento cosmatesco nelle chiese di S. Andrea e di San 
Giacomo in San Paolo, mentre una terza ancora più 
sorprendente è quella scaturita dalla visita della chiesa di 
San Pietro in Vineis, oggi proprietà dell'INPDAP. 
Tutto ciò ha messo in moto un meccanismo di studio ed 
analisi che mi ha portato al risultato stupefacente descritto 
in questo libretto. Le scoperte che ho effettuato nel sito di 
Anagni sono da considerarsi un significativo contributo per 
la storia dei Cosmati e più precisamente della famiglia di 
Cosma con i figli Luca e Iacopo IL II pavimento cosmatesco 
della chiesa di San Pietro in Vineis, edificio religioso tra i 
più importanti di Anagni per il ciclo di affreschi medievali 
ivi conservati, ha una storia affascinante, per raccontare la 
quale non si può prescindere dal descrivere ed analizzare 
anche i lacerti pavimentali ritrovati nelle altre predette 
chiese. 

Lascio quindi al lettore la curiosità di leggere e conoscere 
la storia di una nuova attribuzione alla famiglia dei 
Cosmati, così come scaturita dagli eventi cronologici delle 
ricerche. 

Nicola Severino 
Roccasecca, febbraio 2011 



Prefazione 



Questo volume fa parte di una collana di studi dedicati 
all'arte cosmatesca. Forse non tutti sanno che nel cuore della 
Ciociaria sono conservati alcuni monumenti tra i più 
importanti che i maestri Cosmati ci hanno lasciato ad 
imperitura memoria. Uno di questi è conservato nella 
cattedrale di Sant'Ambrogio a Ferentino ed è 
cronologicamente tra le prime opere di quest'arte; l'altro è 
costituito da un insieme di monumenti cosmateschi conservati 
nella cattedrale e in altre chiese della città di Anagni. 

In queste pagine mi accingo ad esaminare, per la prima volta 
in modo dettagliato e con un approccio basato 
sull'osservazione diretta, sulla comparazione stilistica e 
sull'analisi fotografica, i resti del pavimento cosmatesco, 
oggi ancora inedito, che si trova nella chiesa di San Pietro in 
Vineis ad Anagni. 

L 'inattesa scoperta di altri pavimenti cosmateschi in alcune 
chiese della città, mi ha permesso di formulare nuove ipotesi 
ed una nuova attribuzione ai maestri Cosmati. Queste 
contribuiscono in modo fondamentale ad una migliore 
conoscenza di un periodo di attività lavorativa della bottega 
di Cosma I e figli che finora era rimasto nel mistero. Inoltre, 
tali scoperte vanno ad arricchire, nell'insieme, lo stesso 
quadro storico di Anagni. 

Desidero ringrazare l'INPDAP di Anagni e il dott. Salvatore 
De Punzio per la gentile collaborazione e la concessione delle 
immagini che ho potuto realizzare a luce naturale con una 
macchina Canon EOS 1000 D. 

Nicola Severino 



Un po' di storia... 

L'arte cosiddetta "cosmatesca" è una particolare forma 
artistica che si sviluppò in alcune botteghe di artefici 
marmorari romani ad iniziare dai primi decenni del XIII 
secolo. Cosma si chiamavano alcuni di questi maestri. Lo 
sappiamo grazie alle firme che hanno inciso sulle loro opere e 
che oggi possiamo leggere in vari luoghi. Dal nome di Cosma, 
ad iniziare dalla seconda metà del diciottesimo secolo, iniziò 
la felice consuetudine di denominare tale arte "cosmatesca". 
In ordine cronologico, il termine "cosmati" veniva già 
utilizzato dal padre Guglielmo della Valle negli ultimi 
decenni del XVIII secolo. Lo si legge in una sua edizione del 
1791 delle vite dei pittori di Giorgio Vasari, ma ancor prima 
in un suo discorso recitato nel 1788 nell'adunanza degli 
Arcadi, in cui trattando dell'arte cristiana disse "che i Cosmati 
furori pittori, architetti e scultori in Roma a que' tempi, ne' 
quali il Vasari credeva perduta l'arte del disegno, e che essi 
valevan ben più del Cimabue". Una vera esaltazione dell'arte 
cosmatesca, non c'è che dire! Ma chi fece, involontariamente, 
in modo che la parola "cosmatesca" diventasse il logo e il 
simbolo di quell'arte espressa dagli artisti marmorari romani 
del XIII secolo, fu Camillo Boito, il primo autore a trattarne 
scientificamente e con qualche approfondimento. Così egli 
scriveva ai primordi della riscoperta di quest'arte 1 : "Sebbene 
la parola sia piuttosto brutta, noi prendiamo ardire di 
apporre all'architettura, della quale trattiamo, il nome di 
Cosmatesca; perché appunto con la famiglia che da Cosimo, 
o Cosma, uno de' suoi, trasse né moderni il cognome 
generale di Cosmati...". Ed è importante evidenziare come 
l'autore già preveda una generalizzazione del termine che poi, 
nel tempo, andrà confusamente abbracciando tutta l'arte 



1 Camillo Boito, L'Architettura Cosmatesca, in Giornale dell'Architetto 
Ingegnere ed Agronomo, Anno Vili, Milano, 1860. 



"musivaria et quadrataria" che interesseranno i principali 
edifici religiosi di Roma e del Patrimonio di San Pietro. 
Ancora a Boito voglio rifarmi per sottolineare un dettaglio che 
potrebbe sfuggire ad un superficiale approccio all'analisi di 
quest'arte. Infatti, egli stesso si rende conto che i veri Cosmati 
operativi nell'urbe e nel territorio del Lazio sono pochi. 
Stando alle iscrizioni non sarebbero più di sette in tutto. Senza 
entrare nel merito di un conteggio preciso, sembra che il 
numero totale degli artisti in questione non possa essere di 
molto superiore e bisogna, pertanto, tenere conto che la 
maggior parte dei pavimenti musivi e degli arredi delle chiese 
di Roma e del Lazio furono realizzati da questi pochi maestri. 
E' ovvio, quindi, ipotizzare che essi fossero a capo di 
importanti botteghe marmorarie in cui lavoravano altri 
dipendenti tra manovali, apprendisti e via dicendo, 
costituendo quella necessaria forza lavoro per realizzare le 
opere che ci hanno lasciato. 

Possiamo, quindi, ragionevolmente distinguere due periodi: 
uno che si può definire "precosmatesco" e che inizia con 
magister Paulus nell'anno 1100 e termina all'incirca nel 
1180-1190 con l'inizio della bottega di Lorenzo; l'altro, ad 
iniziare dal 1185 circa fino al 1250, più propriamente 
"cosmatesco", come definito da Boito, che si fa iniziare 
dall'apporto artistico di Lorenzo e il figlio Iacopo, e della 
relativa bottega che vede il massimo dello sviluppo con 
Jacopo, Cosma I e i figli Luca e Iacopo II. 

Sulla base di questa cronologia e del fatto che tra i principali 
lavori dei "veri" Cosmati, si colloca l'architettura della nota 
cattedrale di Civita Castellana, nel 2010 è stato per la prima 
volta celebrato l'ottavo centenario dei Cosmati che lavorarono 
appunto in quel luogo. Ci troviamo, quindi, in piena 
"rinascita" della riscoperta ed approfondimento di questa 
antica cultura. Ma noi risaliamo ancora più indietro nel tempo, 
fino a quando l'abate Desiderio decise di rinnovare a nuovo 
splendore l'abbazia di Montecassino. Per questo egli, non 
trovando in Roma scuole di artigiani che soddisfacessero ai 



io 



suoi desideri, volle radunare al suo cospetto schiere di 
maestranze da Costantinopoli specializzate nell'arte del 
mosaico pavimentale e da intarsio per gli arredi liturgici. Tali 
maestranze furono, inoltre, incaricate di aprire scuole, di 
insegnare e divulgare la loro arte in Roma e nel Lazio. Fu 
proprio da questa scuola che, probabilmente, venne fuori il 
primo marmorario romano famoso, magister Paulus, il quale 
lavorò oltre che a Roma, anche nel Patrimonium Sancii Petri. 
Siamo nel 1100, ed egli fu precursore e capostipite dei 
Cosmati. I lavori che i decoratori e mosaicisti di 
Costantinopoli realizzarono nell'abbazia di Montecassino, 
rappresentano il primo esempio di arte che chiameremo 
precosmatesca, così come i pavimenti che furono realizzati in 
epoca anteriore alla comparsa dei primi veri Cosmati. 
Montecassino, dunque, è ancora una volta la culla dell'arte e 
della cultura che guida lo sviluppo della civiltà medievale a 
sud di Roma. Dal lavoro dei maestri di Costantinopoli si ebbe 
poi un irradiamento nel territorio circostante dell'arte del 
mosaico pavimentale precosmatesco che ritroveremo in molte 
delle abbazie realizzate dall'Abate Desiderio, soprattutto nel 
territorio di Capua dove dovettero essere all'opera magistri 
locali, a volte forse affiancati da alcuni dei maestri romani che 
si spostarono a sud di Roma, chiamati a collaborare alla 
realizzazione delle opere. 

Questo studio è il risultato di una ricerca non ancora 
terminata in cui l'autore ha analizzato personalmente tutti i 
pavimenti precosmateschi e cosmateschi e le opere d'arte 
degli arredi liturgici dei luoghi di culto del Basso Lazio ed 
Alta Campania. L'intento è quello di offrire al lettore una 
panoramica di questi tesori d'arte, forse troppo spesso 
dimenticati, soprattutto per il territorio predetto a cui è 
particolarmente rivolta la nostra attenzione. 
Una appassionante ricerca realizzata per la prima volta in 
tempi moderni (tutti gli studi principali sull'argomento, infatti, 
si riconducono essenzialmente alle botteghe romane e ai 
lavori che eseguirono nell'Alto Lazio) e arricchita da 



il 



innumerevoli e meravigliose immagini che più di ogni altra 
parola sapranno meravigliare il lettore. 

GENEALOGIA DEI COSMATI 

Per tracciare una cronologia corretta, è necessario 
generalizzare il significato del termine "cosmati", che di fatto 
riguarderebbe la sola famiglia di Cosma I e Cosma II, cioè i 
prosecutori della bottega di Lorenzo di Tebaldo, 
comprendendo tutta quella schiera di personaggi che si sono 
succeduti nell'arco di un paio di secoli, a partire dal 
capostipite magister Paulus e considerando anche alcune 
famiglie e personaggi che in modo indipendente hanno 
strettamente collaborato con i maestri marmorari romani. 

Magister Paulus 

E' il capostipite da cui si fa iniziare la cronologia dei Cosmati. 
Se egli non ci avesse lasciato la sua firma "magister Paulus" 
sul pluteo della recinzione presbiteriale del duomo di 
Ferentino (FR), forse oggi non saremmo a conoscenza 
neppure della sua esistenza. Nulla si sa, infatti, della sua vita, 
e nemmeno del suo cognome. A lui sono state riferite diverse 
opere, ma solo forse sulla base di una datazione storica dei 
reperti e su presunte similitudini stilistiche nei disegni 
geometrici di alcuni pavimenti. Attribuzioni che, d'altra parte, 
non si potrebbero altrimenti riferire a inesistenti o sconosciuti 
marmorari romani del genere cosmatesco, nel periodo che va 
dal 1099 al 1122. Egli operò specialmente sotto il pontificato 
di Pasquale II, che si potrebbe definire il "papa 
precosmatesco" considerato lo slancio che egli diede a 
quest'arte durante gli anni del suo papato. Siamo, perciò, 
sempre in periodo "precosmatesco" per definizione, dato che i 
"Cosma" artisti arriveranno solo un secolo dopo! Quindi, 
come detto, sulla base della possibile datazione delle opere, 
sono attribuiti a magister Paulus i pavimenti della chiesa di 
San Clemente, dei Santi Quattro Coronati (periodo 1084), la 



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cattedra di S. Lorenzo in Lucina, il pavimento della Basilica 
di S. Pietro in Vaticano (circa 1120) e, una mia scoperta 
l'attribuzione del pavimento della chiesa del monastero di S 
Pietro a Villa Magna, nel territorio di Anagni. Sempre solo in 
base ad accostamenti stilistici e formali nei disegni geometrici 
e nelle tessere marmoree utilizzate, vengono ancora a lui 
attribuiti i pavimenti delle chiese di S. Maria in Cosmedin 
San Benedetto in Piscinula, S. Antimo a Nazzano Romano 
Santi Cosma e Damiano, S. Croce in Gerusalemme e 
SantAgnese in Agone. Magister Paulus è il primo artista 
marmorario romano che conosciamo ad allontanarsi dall'urbe 
per lavorare nel Patrimonium Sancii Petri, ma non sappiamo 
fin dove si è spinto, oltre Ferentino ed Anagni. Potrebbe aver 
collaborato a Montecassino, nei decenni successivi alla 
consacrazione della Basilica per gli arredi liturgici, i quali 
dovevano essere certamente tra i più splendidi e grandiosi, 
come è facile immaginare. Potrebbe essere interessante 
accostare una sua probabile collaborazione con i primitivi 
pavimenti musivi delle basiliche benedettine fondate da 
Desiderio, come S. Angelo in Formis o S. Benedetto in 
Capua, se non addirittura quelli dell'abbazia di S. Vincenzo al 
Volturno. Non possiamo dire più di tanto, né sull'artista, né 
sul suo operato, ma siamo fieri di avere la sua prestigiosa 
firma qui, vicino a noi, nel duomo di Ferentino. 



Discendenti di Magister Paulus 

Da Paulus discendono almeno quattro figli che hanno 
ereditato la sua arte: 

Giovanni, Angelo, Sasso ( o Sassone) e Pietro 

i quali hanno continuato a tenere in vita la bottega paterna, a 
migliorarla e a renderla ancora più famosa depositandone i 
meriti direttamente nella storia dell'arte medievale italiana. 
Questi quattro artisti dominarono tutto il periodo che va dal 



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1120 circa al 1200. Lavorarono, da buoni fratelli, a volte 
insieme e a volte separatamente. Così, Giovanni, Angelo e 
Sasso realizzarono un famoso ciborio, purtroppo andato perso, 
nella chiesa di Santa Croce in Gerusalemme, continuando così 
l'opera maestra del padre iniziata nelle basiliche romane. Tutti 
e quattro insieme, invece, costruirono il meraviglioso ambone 
e altri arredi nella chiesa di S. Lorenzo fuori le mura, sui quali 
ci hanno lasciato la data del 1148; curarono, inoltre, gli arredi 
scomparsi delle chiese dei Santi Cosma e Damiano e di San 
Marco. E di questi non si sa altro. 

Nicola d'Angelo (figlio di Angelo) 

Abbiamo invece notizia del figlio di Angelo, Nicola che si 
distinse come un grande artista architetto e decoratore nella 
seconda metà del XII secolo. Soprattutto, sappiamo che egli 
lavorò spesso e volentieri fuori Roma e in particolare nel 
Basso Lazio. Egli arrivò trionfante a Gaeta, da grande artista, 
dopo aver realizzato il meraviglioso atrio colonnato di S. 
Giovanni in Laterano, considerato un'opera prima tra i portici 
e i chiostri capitolini del XIII secolo. Nella città marinara di 
Gaeta respirò aria di spensieratezza, di svago e di 
meravigliosa ispirazione artistica con un golfo panoramico 
che affaccia su un mare azzurro cristallino. Infatti, a poca 
distanza egli innalzò il grandioso campanile del duomo e, 
molto probabilmente, realizzò altre piccole opere pavimentali 
e di arredo nella chiesa di S. Lucia e nella stessa cattedrale. 
Sfortunatamente non mi è stata data la possibilità di esaminare 
tali opere e quindi non posso esprimermi in modo esplicito su 
di esse, ma è presumibilmente realistico che tali opere siano 
da attribuire al suo operato negli anni che visse a Gaeta per la 
costruzione del campanile della cattedrale. Sempre a Nicola 
d'Angelo, sono riferiti alcuni lavori nella chiesa di San 
Bartolomeo all'Isola Tiberina e il grandioso candelabro per il 
cero pasquale in San Paolo fuori le mura che fortunatamente 
ha firmato insieme all'altro grande artista Pietro Vassalletto, 
padre di quel Vassalletto non bene identificato per nome che 



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per noi diventa "Vassalletto II". Egli firmò la cattedra 

vescovile e il candelabro del cero pasquale nella cattedrale di 

Anagni. 

Famiglia Rainerius 

Nicola, Pietro Giovanni, Guittone e Giovanni figlio di 
Guittone 

Più o meno nello stesso periodo in cui i figli di Paulus 
lavoravano in Roma e nel Basso Lazio, un'altra famiglia, 
quella dei Ranuccio o Rainerius, portava avanti in modo 
indipendente la stessa arte in alcune città nel Lazio 
settentrionale. Conosciamo il nome di Rainerius perchè si 
trova inciso in una porzione del pavimento cosmatesco 
dell'abbazia di Farfa in Sabina (anche se non può essere dato 
per scontato che egli fu l'autore di detto pavimento e che la 
lastra, come spesso accadeva, potrebbe essere stata collocata 
al suo posto nel corso dei secoli seguenti) e ancora in un 
frammento di finestra del monastero di S. Silvestro in Capite, 
stavolta unito ai nomi dei suoi figli Nicola e Pietro. Questi, a 
loro volta, lasciarono la propria firma sulla facciata della 
chiesa di S. Maria in Castello a Tarquinia nel 1143. Nicola 
ebbe due figli, Giovanni e Guittone, con i quali realizzò il 
ciborio dell'abbazia di S. Andrea in Flumine a Ponzano 
Romano e nel 1170 lo ritroviamo ancora con uno dei figli a 
costruire l'altare maggiore del duomo di Sutri, in provincia di 
Roma. Giovanni e Guittone invece, ritornarono a Santa Maria 
in Castello a Tarquinia nel 1168, cioè 25 anni dopo che vi era 
stato il padre, e vi realizzarono il ciborio. Continuando la 
tradizione, il figlio di Guittone, Giovanni, fu ivi chiamato nel 
1209 a costruire l'ambone per il completamento dell'arredo 
presbiteriale. Questo Giovanni di Guittone, è lo stesso artista 
che costruì, nello stesso stile romano, l'ambone nella chiesa di 
S. Pietro ad Alba Fucens. 

Lorenzo di Tebaldo e i "Cosmati": Lorenzo e Iacopo 



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La famiglia dei veri Cosmati, si fa risalire al marmorario 
Lorenzo di Tebaldo e il loro operato ad iniziare da 1162, data 
ricavata da una iscrizione scomparsa che si trovava nella 
chiesa di Santo Stefano del Cacco a Roma. Non vi è certezza 
assoluta, ma gli studiosi propendono per questa soluzione 
cronologica. Per certo, invece, si sa che Lorenzo e Iacopo 
lavorarono insieme nel 1185, come attesta l'iscrizione su un 
pezzo di architrave, ora conservata nel seminario 
arcivescovile del duomo di Segni. A partire da questa data, 
l'operato della bottega di Lorenzo cresce sempre più, insieme 
alla collaborazione del figlio Iacopo, che da allievo passa al 
ruolo primario di artista alla pari del padre, nelle realizzazioni 
di grandi opere come il ciborio purtroppo scomparso dei Santi 
Apostoli a Roma, e i lavori relativi al portale e alle opere 
cosmatesche della cattedrale di Civita Castellana. L'opera di 
Iacopo di Lorenzo e dei figli ebbe grande successo, grazie 
soprattutto ai favori del nuovo papa Innocenzo III, tanto che si 
ha ragione di credere che egli ne divenne l'architetto di 
fiducia, riuscendo così ad ottenere eccellenti committenze in 
Roma e nel Lazio, nonché alti titoli di carica. Ad iniziare dal 
1205, le opere di Iacopo di Lorenzo si susseguono a ritmo 
serrato, come il portale di San Saba e l'inizio dei lavori al 
grande portico del duomo di Civita Castellana; quasi 
contemporaneamente realizza il pavimento del duomo di 
Ferentino e il chiostro del monastero di S. Scolastica a 
Subiaco. 



Cosma I, figlio di Iacopo di Lorenzo e i figli: Iacopo II e 
Luca 

Dal 1210 abbiamo testimonianze della prima collaborazione 
tra Iacopo di Lorenzo e il figlio Cosma I, il primo e principale 
responsabile delle definizioni adottate di "cosmati" e 
"cosmatesco". La coniugazione artistica tra i due, infatti, 
inizia con il completamento dei lavori del portico della 
cattedrale di Civita Castellana, appunto nel 1210, ragione per 



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cui oggi si festeggia l'ottavo centenario dei Cosmati nella città 
civitonica. In seguito Cosma lavora al portale del monastero 
di S. Tommaso in Formis e queste sono le opere dimostrate 
dalle iscrizioni storiche tra padre e figlio. Poi la fantastica 
storia dei Cosmati continua con il solo Cosma I in quanto il 
padre, Iacopo di Lorenzo, esce dalla scena quasi 
contemporaneamente alla morte di Papa Innocenzo III, nel 
1216. Cosma I lavora a Roma dove realizza il ciborio nella 
chiesa dei Santi Giovanni e Paolo, mentre attorno al 1224 
viene chiamato ad Anagni per i grandiosi lavori di 
decorazione e ammodernamento della cattedrale. Qui, da solo, 
realizza il pavimento, stavolta davvero "cosmatesco", e nel 
1231 esegue lavori di sistemazione dell'altare di San Magno 
nella cripta della cattedrale dove, insieme ai figli Iacopo II e 
Luca, realizza anche il pavimento. La famiglia cosmatesca è 
forse ancora tutta unita ad Anagni, quando terminati i lavori 
nella cripta di San Magno, sono incaricati di realizzare un 
pavimento musivo nella locale chiesa di San Pietro in Vineis, 
probabilmente a partire dal 1232 fino al 1235. Un periodo 
questo che qui propongo per la prima volta, per colmare una 
lacuna storica relativa a questa bottega di marmorari di cui 
niente di più si sapeva fino ad oggi. Da Anagni, quindi, si 
spostano a Subiaco dove completano il chiostro di S. 
Scolastica fino al 1240. Da questo momento in poi, sembra 
perdersi ogni traccia della bottega di Cosma I, ma chi scrive 
ne trova una, per deduzione, ma sicuramente certa che fa 
rivivere questi artisti, o forse uno solo di essi, nel 1247, al loro 
ritorno nell'urbe. Di questa notizia farò approfondimento 
nelle mie ricerche sui pavimenti precosmateschi di Roma. 

Pietro Vassalletto, Vassalletto II e Drudo de Trivio 

Dalla seconda metà del XIII secolo è testimoniata l'opera di 
un'altra famiglia di marmorari che erano collaboratori e forse 
rivali dei Cosmati: i Vassalletto, mentre contemporaneamente 
un'altro grande artista romano si affaccia sulla scena, egli si 
chiama Drudo de Trivio. 



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Pietro Vassalletto è il primo grande artista di questa famiglia e 
si ritiene che egli realizzasse, in collaborazione con Nicola 
figlio di Angelo della famiglia di magister Paulus, il 
candelabro per il cero pasquale del duomo di Gaeta, opera 
interamente scolpita invece che intarsiata di lavori musivi, e 
che attualmente non è ancora accessibile al pubblico! Ma il 
capolavoro assoluto di Pietro Vassalletto è il chiostro di San 
Paolo fuori le mura e, maggiormente, il chiostro di San 
Giovanni in Laterano, realizzato tra il 1220 e il 1230. Il figlio, 
di cui non sappiamo il nome e che chiameremo 
semplicemente Vassalletto II, realizzò alcuni lavori di 
completamento del suddetto chiostro e gli arredi del duomo di 
Anagni, come la splendida cattedra vescovile e il candelabro 
del cero pasquale, entrambi firmati. Ancora a lui si deve, 
probabilmente, un'altra mia scoperta relativa ad un piccolo 
tabernacolo cosmatesco di cui tratterò nel descrivere la chiesa 
di San Giacomo in San Paolo ad Anagni. 

Drudo de Trivio eseguì il ciborio del duomo di Ferentino, e 
con Luca, figlio di Cosma I, firmò uno dei due plutei 
conservati nella sacrestia del duomo di Civita Castellana. Con 
il figlio Angelo firmò nel 1240 l'iconostasi del duomo di 
Civita Lavinia. La sua firma compare anche sui resti in S. 
Francesca Romana e nel Museo delle Terme a Roma. 
Secondo Giovannoni, che ha studiato a fondo questo artista, 
pare che egli si chiamasse "de Trivio" perchè la sua bottega di 
marmorario si trovava nel rione Trevi in Roma, dell'omonima 
famosa fontana. 

Pietro Oderisi 

Dal 1250 in poi inizia ad affermarsi il gusto gotico che 
influenza totalmente gli arredi presbiteriali e soprattutto i 
monumenti funebri. Pietro Oderisi è ricordato come autore 
delle tombe "cosmatesche" di Clemente IV e Pietro di Vico 
nella chiesa di S. Francesco a Viterbo e, curiosamente, 



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diventa il primo esportatore dell'arte cosmatesca fuori d'Italia, 
realizzando il pavimento del coro ed altri arredi nell'abbazia 
di Westminster. 

Cosma di Pietro Mellini 

artista che diede vita ad una bottega simile a quella di Cosma, 
tanto da essere spesso confusa con essa in passato, ma 
operante dal 1280 in poi, quindi nulla a che fare con Cosma I 
che aveva lavorato più di mezzo secolo prima. I suoi figli, 
Deodato, Giovanni e Iacopo, sono famosi per aver realizzato 
diverse opere cosmatesche, soprattutto arredi funerari. In 
particolare, Giovanni di Cosma, produsse lavori che rivelano 
una forte influenza dell'arte di Arnolfo di Cambio. 
Quest'ultimo artista costituirà un punto di riferimento nello 
studio del passaggio dal modo "romano" al "gotico". 

Artisti isolati 

Tra gli altri artisti isolati, sono da ricordarsi Pietro de Maria 
che lavorò tra il 1229 e il 1233 al chiostro dell'abbazia di 
Sassovivo; un certo Johannes presbyteri romani con il figlio; 
un'altro marmorario di nome Alessio e un frate domenicano, 
certo Pasquale, autore del candelabro di S. Maria in 
Cosmedin. 

TAVOLA CRONOLOGICA 

PRECURSORI (PRE-COSMATI) 

Le parole in corsivo indicano che l'opera è attribuita all'artista 
e non è firmata 



MAGISTER 

PAULUS 

(1108-1110) 


Ferentino. Cattedrale. Ciborio 
Vaticano, Casino di Pio VI, lastre di 
plutei smembrati dal presbiterio di San 
Pietro 


Giovanni, Pietro, 


Santa Croce in Gerusalemme (Ciborio); 



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Angelo e Sasso 


San Lorenzo fuori le mura (ciborio); 


(1146) 


San Marco (ciborio) 




Santa Maria in Cosmedin, plutei e 




pavimento; 




SantTvo, pavimento 




San crisogono, pavimento 


Nicola d'Angelo 


Narni, chiesa borgo San Gemini 


(1145-1180) 


Gaeta, cattedrale, campanile, ambone e 




candelabro pasquale 




Chiesa S. Lucia, plutei 




San Giovanni in Laterano, portico 




Terracina, campanile, candelabro e 




pulpito 




Sutri, cattedrale, altare maggiore 




San Bartolomeo all'Isola (restauro), 




ciborio ed altri lavori scomparsi 




(collaborazione con Jacopo di Lorenzo) 




Basilica Ostiense, cero pasquale (con 




Vassalletto Pietro) 


Drudo de Trivio 


Ferentino, Ciborio 


(1146 circa) 


Santa Francesca Romana 




Palazzo Venezia, lavabo 




Civita Lavinia, architrave del ciborio di 




marmo dell'altare maggiore, pavimento 




(tutto scomparso) 


I COSMATI 


Lorenzo di 


S. Stefano del Cacco a Roma, altare 


Tebaldo 


maggiore (con suo figlio Jacopo); 


(1162-1190) 


S. Maria in Aracoeli, Amboni, pavimento 


Lorenzo e 


navata centrale 


Jacopo suo figlio 


S. Pietro in Vaticano, ambone distrutto 




Subiaco, Sacro Speco 



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Segni, Cattedrale, ornamenti 
Civita Castellana, cattedrale 
S. Maria di Falleri, portale 


Jacopo I, figlio 

di Lorenzo 

Da solo e con 

suo figlio Cosma 


Civita Castellana, cattedrale: Una delle 
porte. Portico con suo figlio Cosma. 
San Tommaso in Formis, portale 
S. Alessio, colonnine dietro altare 
maggiore (da S. Bartolomeo all'Isola) 
San Saba, portale, pavimento, ciborio e 
portichetto nel 1205 
Ferentino, Pavimento (testimoniato da 
manoscritto) 


Cosma, figlio di 
Jacopo 


Civita Castellana (con il padre Jacopo) 

S. Tommaso in Formis (con il padre 

Jacopo) 

Anagni, pavimento della cripta, 1231 (con 

i figli Luca e Iacopo II). 

Orvieto, duomo, soffitto navata centrale 


Pietro di Cosma 

Mellini 

1292-1297 




Adeodato, o 
Deodato figlio di 
Cosma Mellini 


Santa Maria Maggiore 
Santa Maria in Cosmedin, Ciborio 
Santa Maria Maddalena in S. Giovanni in 
Laterano, ciborio andato distrutto 
Tivoli, San Pietro in Colonna 


Giovanni di 
Cosma Mellini 


S. Giovanni in Laterano, altare 

S. Maria sopra Minerva, tomba del 

vescovo Durante 

S. Maria Maggiore, tomba del vescono 

Golsalvo 

Santa Balbina, tomba del cappellano Surdi 

S. Maria in Aracoeli, tomba del cardinale 

d'Acquasparta e altre tombe a lui 

attribuite 

S. Giovanni e Paolo, ciborio 



21 



Luca, figlio di 
Cosma 


Anagni, pavimento della cripta della 

cattedrale 

Subiaco, chiostro S. Scolastica 


Cosma di Pietro 
Mellini (1264- 
1279) 


San Giorgio in Velabro, portico 
Sancta Sanctorum alla Scala Santa 


Iacopo III figlio 
di Cosma Mellini 




Lucantonio figlio 
di Giovanni di 
Cosma 


S. Giovanni in Laterano (col padre) 


VASSALLETTO 


Vassalletto padre di 
Pietro (1130) 


SS. Cosma e Damiano, sepolcro del 
cardinale Guido 


Pietro Vassalletto 
1180-1226 


S. Paolo fuori le mura, chiostro, 
Candelabro (con Nicola d'Angelo), 
restauro e portico. 
S. Pietro in Vaticano, ambone (con i 
cosmati Lorenzo e Jacopo di Tebaldo) 
San Giovanni in Laterano, chiostro 
(con il figlio) 


Vassalletto figlio di 
Pietro 1225-1262 


S. Giovanni in L., portico (con il 

padre lo termina da solo) 

S. Lorenzo Fuorile mura, chiostro, 

plutei, sedia vescovile 

S. Saba, plutei 

Civita Lavinia con Drudo de Trivio 

Viterbo 

Anagni, candelabro e cattedra 

episcopale 


Nicola Vassalletto 


Sassovivo, chiostro 


ALTRE FAMIGLIE E ARTISTI ISOLATI 


Ranuccio figlio di 


Toscaneria e San Silvestro in Capite a 



22 



Giovanni 


Roma 

SS. Nereo e Achilleo, portale 


Pietro e Nicolò figli 
di Ranuccio 


Corneto Tarquinia, chiesa S. Maria in 
Castello 


Giovannie Guittone 
figli di Nicolò 


Ponzano Romano, chiesa S. Andrea, 

ciborio 

Corneto-Tarquinia, chiesa di S. Maria 

in Castello, ciborio 


Giovanni Ranuccio 


Fondi, ambone 


Giovanni figlio di 
Guittone 


Corneto-Tarquinia, chiesa di S. Maria 

in Castello, ambone 

Alba Fucense, chiesa di S. Pietro, 

ambone 


Pasquale frate 
domenicano 
marmoraro romano 


Roma, Viterbo 

Anagni 

S. Maria in Cosmedin, candelabro per 

il cero pasquale 


Magister Cassetta 
XIII sec. 


Anagni, 

Palestrina 

Trevi nel Lazio, castello 

Guarcino 

Frosinone 

Silvamolle 



23 



MAGISTER PAULUS 



Giovanni 



Pietro 
(1146-1148) 



Angelo 
(1153) 



Nicola d'Angelo 
(1148-1153-1170-1180) 

I 
Jacopo 
(1170) 

TEBALDO MARMORARO 

1100 
LORENZO 
(1162-1190) 

I 

IACOPO 

(205-1207-1210) 



Sasso 



COSMA I 
(1210-1224-1231) 



Luca 
(1234-1255) 



Jacopo 
(1231) 



PIETRO MELLINI 

1200 

Cosma II 

(1264-1265-1279) 



Deodato 



Pietro 



Jacopo III Giovanni 

Carlo 
(1293) (1293-1299 (1290-1332) (1292-1297) 

VASSALLETTO 

1130-1154 

PIETRO VASSALLETTO 

(1180-1225) 

VASSALLETTO figlio di Pietro 

(1215-1262) 



(?) 



24 



RANUCCIO O RAINERIO di Giovanni Marmorario 



Pietro Nicola 

(1143) (1150) 



Giovanni Guittone 

(1166) (1166) 



Giovanni 
(1209) 



La poesia geometrica dei Cosmati 

Neil' osservare le opere dei Cosmati, non si può evitare di 
riflettere sul significato non solo decorativo, ma anche 
simbolico, religioso e filosofico di un'arte che affascina già al 
primo sguardo. L'arte cosmatesca è come un sunto e 
perfezionamento dell'opus sedile del mondo romano e 
bizantino. Non tutto ciò che vediamo nelle varie opere, 
pavimentali e decorative è una novità inventata dai Cosmati. 
Molti dei patterns (in seguito utilizzerò spesso questo 
termine) geometrici utilizzati (pavimenti musivi), ogni 
decorazione (candelabri tortili per il cero pasquale e 
decorazioni di amboni e iconostasi), li ritroviamo già nel 
mondo classico, romano e bizantino. I Cosmati però crearono 
l'arte di dare nuova vita a questo classicismo antico, 
celebrando nella perfezione delle esecuzioni, e nelle 
innovazioni architettoniche (chiostri cosmateschi, campanili), 
tutto il meglio che di quella cultura classica avevano ereditato, 
integrandola in un contesto artistico che ne esaltasse gli 
elementi simbolici e mistici che tanto importanti erano negli 



25 



arredi liturgici e nelle pavimentazioni di edifici religiosi. Un 
simbolismo studiato in una perfetta fusione tra l'architettura 
strutturale della chiesa e gli elementi di arredo, per risaltare il 
significato religioso di ogni minimo particolare e che 
degnamente dovevano introdurre il fedele nel suo cammino 
spirituale fino al luogo principale: il presbiterio. Per 
suggellare questa fusione di elementi simbolico-religiosi, i 
Cosmati presero spunto da ciò che di più "moderno" vi era ai 
loro tempi: la geometria sacra che stava per generare i 
capolavori delle cattedrali gotiche. 

Ogni fascia decorativa, ogni disegno geometrico, vanno a fare 
parte di un disegno dal significato universale, che parla un 
linguaggio universale di bellezza, di amore e di fede che ha 
per compito di condurre il fedele attraverso i suoi minuti passi 
sulla strada della speranza per il paradiso. I Cosmati non ci 
hanno lasciato dei libri di carta, dei manoscritti in cui 
spiegassero dettagliatamente le idee, le soluzioni, le intenzioni 
con qui seguivano un approccio al lavoro di architetti, 
decoratori e marmorari al servizio delle case di Dio e della 
potenza del Papato; ma le loro opere parlano il linguaggio 
universale del medioevo, della simbologia esoterica, 
scientifica, mistica e religiosa. Il numero aureo, i numeri 
primi, le proporzioni architettoniche, le similitudini e le 
infinite immagini dei bestiari, erano la loro fonte ispiratrice 
primaria. Nei primi anni del '900, il matematico Sierpinski 
scoprì le proprietà frattali delle figure geometriche come i 
triangoli, da cui la riproduzione di figure simili in livelli 
successivi, sempre più fitti, diede il nome di "triangolo di 
Sierpinski". Ebbene questa proprietà dei frattali la ritroviamo 
esattamente identica nel concetto e nella geometria in molti 
dei pavimenti e plutei cosmateschi. I Cosmati usavano la 
geometria frattale nel 1200!! Forse in modo inconsapevole, 
ma che significato aveva per loro l'applicazione ad opere 
d'arte come pavimenti musivi e decorazioni di plutei questa 
similitudine delle figure geometriche frattali? E' quanto 
ancora si sta studiando oggi. 



26 



Lo stile dei Cosmati 

Ereditando dall'antichità classica gli elementi fondamentali 
dell'arte dell'opus alexandrinum e dell'opus sedile, e 
influenzati dalle forti correnti artistiche bizantine e islamiche, 
i Cosmati hanno plasmato tutti questi elementi, fondendoli 
con le loro caratteristiche locali, proprie delle prime botteghe 
marmorarie romane. Il risultato è davanti agli occhi di tutti, in 
quelle opere monumentali che possiamo ammirare soprattutto 
in Roma, dove la rennovatio interessò in particolar modo le 
chiese paleocristiane. E' proprio in questo contesto che 
possiamo renderci conto maggiormente come i Cosmati non 
fossero solo marmorari decoratori, ma architetti di grande 
pregio, anche se limitatamente ad opere bidimensionali. I 
chiostri di S. Paolo fuori le Mura, di S. Giovanni in Laterano, 
del monastero di S. Scolastica a Subiaco, come anche il 
campanile del duomo di Gaeta e i portici di S. Lorenzo fuori 
le Mura e, maggiormente, quello del duomo di Civita 
Castellana, ne costituiscono un esempio dimostrativo 
eccellente sulle quali grande attenzione è stata riservata negli 
ultimi tempi dai maggiori studiosi. 

Ed è per proprio per questo che qui tratterò quasi 
esclusivamente delle opere pavimentali, e più marginalmente 
degli arredi liturgici e opere decorative musive, mentre non 
tralascerò la parte architettonica su cui è già stato scritto tutto 
in alcuni saggi pubblicati pure di recente. 

Come in tutte le arti, anche in questa dei Cosmati, possiamo 
cogliere degli elementi stilistici fondamentali che si ripetono 
di volta in volta come nella riproposizione di un preciso 
disegno di base, sul quale poi poter lavorare a seconda delle 
esigenze specifiche che le diverse situazioni richiedono. 
Questi elementi possono così essere classificati per quanto 
riguarda le opere pavimentali. 



27 



Generali 

1) L'impiego di una fascia che attraversa per buona parte la 
navata centrale della chiesa, con l'intento di ottenere una 
suddivisione bilaterale simmetrica della pianta del 
monumento; 

2) Il riempimento con ripartizioni rettangolari regolari delle 
zone relative al resto della pavimentazione nelle navate 
laterali; 

Specifici 

1) L'impiego ricorrente di serie di guilloche con dischi di 
porfido di diversi colori; 

2) L'impiego mirato di quinconce singoli, o avviluppati in 
serie, o giustapposti, con dischi di porfido, uniformi o 
tessellati; 

3) Rettangoli, quinconce o guilloche di riempimento nei pressi 
del presbiterio 

4) Raramente l'uso di forme geometriche monumentali, come 
stelle ottagonali, quale motivo di interruzione delle fasce di 
guilloche o quinconce al centro della navata della chiesa. 

Materiali 

I marmorari romani attingevano dalla grande fabbrica di 
Roma imperiale il materiale marmoreo per realizzare le loro 
opere. In particolare essi facevano largo uso del porfido 
ricavato da materiale di spoglio delle antichità romane, come 
il verde antico, il rosso antico, il giallo antico, ecc. insieme a 
tutto il campionario dei marmi che venivano utilizzate dalle 
botteghe romane: il serpentino, il pavonazzetto, lo statuario, il 



28 



cipollino, ecc. 
Patterns geometrici 

Da quanto ho avuto modo di vedere nei pavimenti 
cosmateschi, ma soprattutto sulla base dei pavimenti musivi 
dell'antichità che sono stati di recente scoperti e divulgati, 
posso dire quasi con certezza che i Cosmati poco o nulla 
hanno inventato da parte loro nella scelta dei motivi 
geometrici pavimentali realizzati. Tutti, o quasi tutti, i patterns 
geometrici che hanno utilizzato sono ripresi in modo identico 
dall'antichità classica, dai pavimenti romani e da quelli 
bizantini. Ad iniziare dalla scuola da cui scaturì il pavimento 
dell'abbazia di Montecassino (1071) voluto dall'abate 
Desiderio, i Cosmati hanno riprodotto gli stessi giochi 
geometrici, aggiungendo poco di personale che non sia un 
retaggio dell'arte bizantina. I pavimenti delle chiese di 
Costantinopoli ne sono una testimonianza diretta. Il sapiente 
gioco di riutilizzo e di fusione di questi elementi geometrici, è 
invece quanto di meglio potessero fare i Cosmati nel fare 
propria un'arte antica e riproporla con spiccata ed unica 
personalità artistica. 

Forse ciò dipende da una precisa volontà di uniformarsi ad un 
livello artistico il più vicino e coerente possibile con quello 
antico. Così, se da un lato non si riscontra nei pavimenti 
cosmateschi una vera e propria innovazione per quanto 
riguarda i patterns geometrici dei singoli pannelli, dall'altro è 
ampiamente dimostrata l'arte e la maestria dei marmorari 
romani nel riproporre l'antico repertorio dell'opus 
alexandrinum in una minutezza compositiva dell'opus sedile 
e dell'opus tessellatum mai vista prima, riuscendo ad adattare 
mirabilmente i canoni musivi alle esigenze del simbolismo 
spirituale e dell'architettura religiosa. In questo, nella 
microarchitettura bidimensionale e nel reinventare l'arredo 
liturgico cosmatesco, si possono vedere in particolare quegli 
elementi innovativi che costituiranno il linguaggio personale e 
la "caratteristica locale" propria delle botteghe cosmatesche 
romane. 



29 



E a tal proposito, mi piace riprendere la felice espressione 
dell'architetto Kim Williams: 

I pavimenti cosmateschi, coloratissimi tappeti marmorei la 
cui ricchezza e varietà contrasta con l'austera semplicità 
delle architetture romaniche nelle quali sono inseriti, 
nonostante l'inevitabile degrado prodotto dal trascorrere di 
quasi mille anni, riescono ancora a sopraffare i nostri sensi 
con la loro vibrante bellezza. 

Osservando le opere dei Cosmati, in particolare i disegni 
geometrici dei pavimenti, è d'uopo domandarsi quali siano le 
origini dell'arte cosmatesca. L'argomento andrebbe prima di 
tutto sviluppato su diversi livelli, come quello storico- 
artistico, ma anche architettonico. Infatti, bisogna precisare 
che se la scuola di marmorari romani conosciuta poi come 
Cosmati, fu rappresentativa soprattutto degli sviluppi e delle 
realizzazioni degli arredi liturgici, come cibori, amboni, 
tabernacoli, pavimenti, ecc., tuttavia essa costituisce di fatto 
anche un primo e forte riferimento agli sviluppi 
dell'architettura esterna. Qualche studioso parla di architettura 
"bidimensionale" per non coinvolgere l'operato di alcuni di 
questi architetti nella grande fabbrica degli edifici 
architettonici medievali a tre dimensioni. In parte è così, ma 
opere come il chiostro di S. Giovanni in Laterano o, di più, il 
campanile del duomo di Gaeta, possono testimoniare che i 
magistri doctissimi non erano solo dei semplici decoratori e 
mosaicisti, ma dei veri e propri architetti, con tutto il carico di 
preparazione teorica e pratica che a quel tempo era richiesto. 
E' con la presenza delle loro botteghe romane che si ha una 
rinascita della scuola di scultori di marmo, un addestramento 
che era andato sempre più a scomparire durante l'alto 
medioevo, il tutto certamente favorito dalla rennovatio 
romana che vide protagonista la risistemazione ed 
ornamentazione di tutte le basiliche paleocristiane di Roma e 
di gran parte delle cattedrali del Patrimonium Sancti Petri. 



30 



Gli studiosi sono ancora di pareri discordanti nell'attribuire ai 
maestri Cosmati le capacità proprie di architetti responsabili 
degli studi progettuali di opere complete, di grandi dimensioni 
e questo probabilmente perchè essi stessi si firmano sempre e 
solo su "accessori" decorativi, compreso chiostri, portici, 
portali, ecc. Tuttavia molte delle loro opere vanno ben al di la 
della semplice microarchitettura decorativa. 

Origine dell'arte cosmatesca 

Per quanto riguarda le origini e il significato delle loro opere, 
bisogna tener conto che essi derivavano la loro arte e le loro 
conoscenze dal mondo Antico. Tali sono le derivazioni della 
gran parte delle simbologie e disegni geometrici delle 
pavimentazioni come anche delle decorazioni di arredi. Non si 
può parlare di una vera e propria autonomia compositiva 
stilistica, in quanto, come ho già detto, la maggior parte dei 
patterns utilizzati sono stati ripresi dall'antico e dalla scuola 
bizantina precosmatesca; ma le loro capacità di rendere 
moderno il linguaggio dei simboli antichi e di adattarlo in 
modo molto personale e stilisticamente proprio dell'arte delle 
botteghe dei marmorari romani, ne fanno un capitolo a parte 
della storia dell'arte. Così, molte delle invenzioni dell'arte 
cosmatesca, sono proprie delle capacità espressive e di 
adattamento alle esigenze liturgiche richieste dalle 
committenze religiose. Ciò che noi oggi vediamo come un 
qualcosa di statico, che è sempre stato li in quel modo, come 
le tipologie degli amboni e le loro posizioni, la vicinanza del 
candelabro per il cero pasquale, le inocostàsi, le cattedre 
vescovili e i cibori, per non parlare dei pavimenti, sono invece 
tutte soluzioni che i Cosmati hanno studiato per soddisfare le 
esigenze richieste tra architettura dell'arredo e le funzioni 
liturgiche. 

Per esempio, nelle cattedre vescovili, il dossale e la ruota di 
porfido che corrisponde all'altezza della testa del sedente, 
rappresenta la Santità del Papa e i piccoli leoni posti per 



31 



braccioli simboleggiano il potere imperiale, sottolineando, 
così, alcuni importanti significati storici del periodo in cui 
l'arredo era stato effettuato, in questo caso nel periodo 
precedente la stipula del concordato di Worms. In altre 
cattedre vescovili di epoca posteriore si scorgono dettagli 
decorativi che hanno simbologie e significati diversi, come 
nella cattedra della chiesa di San Saba, fatta sotto il 
pontificato di Innocenzo III, il clipeo con la croce palmata 
evidenzia il ruolo del papa come Vicario di Cristo, 
evidenziando l'origine divina del suo potere quale successore 
di San Pietro. In tal modo, l'arte cosmatesca è al servizio delle 
esigenze religiose, realizzando arredi e decorazioni in 
funzione delle simbologie e significati politici del tempo in 
cui essi operavano. 

I pavimenti musivi riconducono alle stesse considerazioni, 
ma sviluppandosi su grandi superfici, essi risultano assai più 
intrisi di significati simbolico-religiosi. Tra le funzioni 
principali dei pavimenti cosmateschi è senz'altro quella di 
sottolineare una perfetta simmetria bilaterale dell'edificio, 
prendendo come costante l'attraversamento della navata 
centrale attraverso una fascia che è destinata a guidare il 
fedele attraverso il suo lento cammino verso il presbiterio. 
Attorno alla fascia centrale, si realizzano molteplici partizioni 
rettangolari che, spesso, servono anche per correggere 
visivamente eventuali asimmetrie delle superfici sulle quali 
sono distribuite le navate. Generalmente il pavimento inizia 
fin dall'ingresso, appena oltrepassato il portale con il quale, 
secondo alcuni studiosi, avrebbe una stretta relazione 
realizzando così una fusione tra la chiesa e l'ambiente 
circostante. 

"La forma generale dei litostrati è correlata alla cerimonia di 
consacrazione della chiesa: i grandi motivi centrali, in cui va 
forse individuata una citazione della rota porfiretica del 
pavimento della basilica di San Pietro, vanno probabilmente 
interpretati come dei luoghi di sosta, delle stazioni obbligate 



32 



durante lo svolgimento dei riti religiosi. Immaginati nella 
loro situazione originaria, con la luce delle fiaccole o delle 
finestre che incide sulla superficie scabra delle tessere 
policrome creando suggestivi giochi di luce e di ombra, 
forniscono un'idea dell'importanza compositiva e liturgica 
degli elementi naturali nel tardo Medioevo e, in particolare, 
nell'architettura cosmatesca, che di questi fattori fa 
largamente uso nelle proprie manifestazioni artistiche" 
(Tratto da Luca Creti, In marmoris arte periti, Quasar, 2010, 
pag. 13). 

Ma il significato generale da attribuire ai pavimenti 
cosmateschi e alle decorazioni degli arredi liturgici, nasce 
dalla fusione dei concetti filosofici, religiosi e matematici del 
tempo in cui vissero i marmorari romani. Concetti che però 
furono evidentemente già sfruttati dai maestri di 
Costantinopoli ed insegnati nelle scuole istituite dall'Abate 
Desiderio a Monte cassino. I Cosmati ne ereditano la cultura e 
la maestria nel rinnovarli e metterli in pratica nelle loro nuove 
realizzazioni. Senza troppo addentrarci in un argomento vasto 
che esula da questa semplice presentazione, diremo che il 
significato dell'opus sectile cosmatesco sta nel rafforzare 
costantemente i concetti medievali di "ritmo e proporzione", 
come espressi nei pensieri di Ugo da San Vittore. Un 
sincretismo di pensieri che, con l'esaltazione della scienza 
esatta, avvicinava l'uomo a Dio attraverso la perfezione del 
suo creato. Concetti filosofici sostenuti già da Pitagora e 
ripresi da Sant'Agostino che dava ai numeri un ruolo 
cosmologico, mentre il mio grande concittadino San 
Tommaso d'Aquino, sosteneva che l'aritmetica era lo 
strumento che avrebbe consentito all'uomo di riconoscere 
l'arte del Creatore. Gli sviluppi della matematica, derivati 
soprattutto dagli astronomi arabi, insieme ai concetti filosofici 
di armonia espressi dai massimi autori dell'epoca come 
Adelardo di Bath, Guglielmo di Conches ecc., offriranno la 
piattaforma su cui costruire il concetto di arte cosmatesca e, 
più in generale, le grandi cattedrali attraverso i procedimenti 



33 



di controllo delle proporzioni. 

Tutto ciò si legge nei pavimenti cosmateschi, nel ritmo 
inarrestabile ed incalzante delle direzioni indicate dalle 
infinite celle, le quali ospitano le minuscole tessere musive 
marmoree che tutte insieme creano simmetria ed armonia, 
mentre singolarmente non significano nulla. Simboli grafici si 
alternano a decine di disegni geometrici in una varietà di 
colori che lascia stupefatti. I simboli del fiore, del triangolo, le 
stelle ottagonali, gli esagoni inscritti, alcune figure 
geometriche che si riproducono in miniatura per 
autosomiglianza (triangolo di Sierpinski), l'uso inconsapevole 
quindi della geometria frattale, la simmetria policroma e 
geometrica, sono tutti elementi rispondenti alle esigenze che 
un pavimento cosmatesco richiede. C'è anche chi ha visto 
nell'uso delle tessere marmoree dei risvolti di numerologia, 
come un'attenzione particolare ai numeri primi e in alcune 
proporzioni che porterebbero con insistenza al numero aureo. 

Come i maestri bizantini che lavorarono a Montecassino 
presero quale campionario di decorazione alcune miniature 
tratte dai codici manoscritti miniati, anche i Cosmati dovettero 
prendere spunto da opere come i bestiari ed altri manoscritti 
per le loro decorazioni zoomorfe, cogliendo l'istinto e il 
carattere di ciascun animale, sia reale che immaginario e 
convertendoli in chiave simbolica: "così l'aquila svolge una 
importante funzione apotropaico dall'alto, in particolare sui 
portali e nei poggioli degli amboni... mentre i leoni, i grifi e le 
sfingi, fiere guardiane per eccellenza, sono collocati 
lateralmente alle porte di accesso... nonché nei candelabri 
per il cero pasquale e nei braccioli delle cattedre vescovili" 
(Luca Creti, op. cit. pag. 219). 

Tuttavia, nei pavimenti propriamente cosmateschi, l'uso di 
figure zoomorfe è quasi del tutto assente, mentre diventa una 
componente caratteristica principale nei pavimenti realizzati 
dalle maestranze campane e dell'Italia meridionale. 



34 



Il sapiente uso delle forme e dimensioni delle tessere 
marmoree e della disposizione simmetrica dei colori nei 
disegni geometrici, risaltano le proprietà della luce del 
pavimento cosmatesco che ne forma un elemento 
architettonico unico nel suo genere. Che venga illuminato di 
giorno dalla tenue luce bianca delle bifore alte delle navate o 
da fiaccole di sera, una tale soluzione cattura sempre 
l'attenzione del fedele che si appresta al suo cammino verso 
l'altare. I Cosmati adottarono appositamente la soluzione 
secondo la quale le partizioni rettangolari, grandi o piccole, 
che si estendono lungo le navale laterali e verso l'ingresso 
della chiesa, sono formate da tessere di grandezza maggiore 
secondo disegni geometrici non troppo intricati e di ampio 
respiro, come per introdurre il fedele verso la zona centrale. 
Ma nella fascia che corre lungo la navata centrale verso il 
presbiterio, si ha non solo l'uso ripetitivo di guilloche e 
quinconce, ma vengono adottati disegni geometrici sempre 
più fitti dal simbolismo molto accentuato. Le tessere si fanno 
sempre più minuscole come in un mosaico decorativo e l'uso 
di colori come il giallo oro viene evidenziato, specie nelle 
soluzioni di continuità tra un disegno e l'altro, come le fasce 
che avvolgono le rotae dei quinconce. L'uso del porfido verde 
e rosso, quest'ultimo simbolo dei sacrifici di sangue dei 
martiri cristiani e dell'oro quale simbolo del sole, del divino e 
della perfezione, si fa sempre più insistente, attirando 
immancabilmente l'attenzione di chi percorre la fascia verso 
l'altare. 

Tutto ciò mirabilmente realizzato seguendo decine di schemi 
geometrici disposti in simmetria tra loro. Non sappiamo di 
preciso quanti fossero in totale questi schemi utilizzati dai 
Cosmati, ma si suppone che siano forse qualche centinaio, se 
si considera che nel solo pavimento del duomo di Ferentino si 
arriva tranquillamente ad una sessantina. Certamente molti dei 
più importanti di questi patterns geometrici si ripetono anche 
altrove. Attraverso l'insistente uso di alcuni di essi in 



35 



particolare, a volte è possibile fare accostamenti stilistici e 
ipotizzare delle attribuzioni, come è stato fatto in alcuni casi 
per magister Paulus o per la famiglia Ranuccio, o per la 
bottega di Lorenzo, ecc. 

Ma principalmente, i Cosmati utilizzavano dei campionari 
base, seguendo alcune regole precise. 

Molti dei disegni geometrici vengono realizzati componendo 
un puzzle di minuscole tessere triangolari, di solito equilateri. 
In, tal modo, per esempio, si scompone un quadrato in quattro 
triangoli; si scompone un triangolo in figure triangolari 
autosimili; si fa una fascia con triangoli opposti alla base. Lo 
stesso lavoro può esser fatto con piccole tessere quadrate, 
oppure esagonali, scomponendo l'immagine iniziale di un 
esagono e via dicendo. Piccole tessere triangolari, di solito 
bianche, sono impiegate per un disegno geometrico tra i più 
utilizzati, che raffigura una stella con al centro un quadrato 
inscritto in un altro quadrato diagonale 

Tessere triangolari scalene sono impiegate spesso nelle fasce 
circolari delle rotae porfiretiche delle guilloche e dei 
quinconce, mentre tessere a forma di losanga romboidale, 
rotonde e ovali oblunghe sono usate per formare disegni 
geometrici a stella, specie nelle decorazione degli arredi, e 
come riempimento nei dischi di porfido. Un repertorio molto 
vario e sapientemente organizzato secondo precise regole 
geometriche, simboliche e religiose.. 

Nell'arco di questi studi, è stato possibile verificare e dedurre 
che la maggior parte degli schemi geometrici utilizzati dai 
Cosmati, come anche nei pavimenti pre-cosmateschi, sono 
stati ripresi in modo identico prima dai modelli pavimentali in 
opus sedile delle ville dislocate in tutto l'Impero Romano, poi 
da quelli di epoca bizantina i quali forse maggiore influsso 
hanno avuto sugli artefici dell'arte precosmatesca in Italia. Per 
quanto riguarda, quindi, le opere pavimentali, i Cosmati si 
può dire che hanno quasi esclusivamente apportato solo delle 



36 



piccole varianti, mentre ciò che ha maggiormente determinato 
il loro "gusto" o stile, è il fatto di aver sapientemente lavorato 
in modo più minuzioso gli stessi patterns, riproponendoli in 
una versione, diciamo così, più minuta, con scomposizioni in 
elementi minori delle figure autosimili, e raggiungendo un 
livello di perfezione, anche grazie alle raffinate tecniche di 
intaglio delle tessere marmoree, che forse prima non era stato 
visto, specie nell'applicazione degli stessi criteri alle 
decorazioni più eleganti e delicate degli arredi liturgici, dove 
essi si distinsero davvero, per qualità artistica e inventiva. 

Le numerose scoperte, dagli anni '80 ad oggi, di siti 
archeologici dell'Impero Romano e nell'area dell'antica 
Costantinopoli, sono motivo di grande stupore per gli studiosi 
dell'arte cosmatesca che si trovano, così, di fronte a opere 
pavimentali che presentano in modo inequivocabile una buona 
parte del repertorio geometrico utilizzato dai Cosmati, a 
dimostrazione di una quasi completa eredità stilistica e 
artistica dei maestri marmorari romani e dell'Italia 
meridionale, come quella del mosaico pavimentale, che solo 
qualche decennio fa era appena riconoscibile grazie solo a 
qualche raro esempio dell'antichità (basti per questo ricordare 
i pochissimi esempi della pur approfondita ricerca in merito 
svolta da Don Angelo Pantoni, monaco dell'Abbazia di 
Montecassino nella seconda metà del '900, a cui dobbiamo 
gran parte degli studi sul pavimento antico del monastero 
cassinese e di quello dell'abbazia di San Vincenzo al 
Volturno). 



37 



Un itinerario per passeggiate cosmatesche 

Nel 2006 fu pubblicato un piccolo e grazioso libretto, di 
appena 93 pagine e di piccolo formato, intitolato Itinerari 
Cosmateschi. Lazio e dintorni 2 . L'autore, Enrico Bassan, 
tracciava per la prima volta un ipotetico e piacevole itinerario 
d'arte tra le opere cosmatesche presenti sul territorio del Lazio 
e zone limitrofe. Ovviamente la scelta dei luoghi si limitava a 
quelli di maggiore interesse, con le tracce più cospicue 
dell'arte dei marmorari romani, specialmente della zona della 
Tuscia e Sabina. Così nell'utilissimo libretto di Bassan non 
furono compresi edifici religiosi forse meno famosi, eppure 
non meno interessanti che esamineremo in questa collana. 
L'arte cosmatesca, riscoperta e riconsiderata dalla 
divulgazione solo negli ultimi anni, è un terreno fertilissimo 
oggi, a distanza di oltre mille anni, e solo poche pubblicazioni 
specialistiche hanno visto la luce di recente, mentre molte in 
futuro cercheranno di riprendere ed riordinare le fila di una 
storia ricca di fascino, simbolico e religioso, scientifico e 
artistico, umano e sociale. Attraverso semplici pietre sulle 
quali gli artisti scolpirono i loro nomi, impareremo a scoprire 
ed apprezzare l'arte e la storia sconosciuta di personaggi 
altrimenti rimasti ignoti, eppure benefattori di pezzi d'arte di 
una tale bellezza da farci restare senza respiro. Chi non 
avrebbe voluto sapere il nome di coloro che hanno realizzato 
meraviglie come i chiostri delle basiliche paleocristiane 
romane di S. Paolo fuori le Mura, o di San Giovanni in 
Laterano? O delle microarhitetture dei portici come il duomo 
di Civita Castellana, di San Lorenzo fuori le Mura a Roma, 
per non parlare delle meraviglie degli arredi liturgici come 
cibori, amboni, recinzioni presbiteriali, candelabri per il cero 
pasquale e dei magnifici pavimenti nell'antica arte dell'opus 
tessellatum? 



2 Enrico Bassan, Itinerari cosmateschi. Lazio e dintorni, Istituto 
Poligrafico e Zecca dello Stato, Roma, 2006 

38 



Magister Paulus, Petrus Vassallectus, Ranucii Petrus, 
Nicolaus Ranucii, Iohannis Guittonis, Laurentius cum Jacobo 
filio suo, Drudus de trivio, Cosma cum filiis suis Luca et 
Iacobo. . .sono tra i principali nomi degli artisti che si 
firmarono nelle epigrafi a testimonianza delle loro opere. Gli 
eventi storici, i nomi dei committenti, dei vescovi, dei papi e 
delle circostanze architettoniche e artistiche, hanno permesso 
di ricostruire in parte, a cominciare dal XIX secolo, l'oscura 
storia dei maestri romani dell'arte cosmatesca. Ma di tali 
personaggi non conosciamo e non conosceremo mai i loro 
volti, le loro espressioni, le loro figure, la loro vita e la loro 
quotidianità. Tuttavia la loro anima resta immortale, scolpita 
nelle loro opere; la loro maestria artistica, espressione di una 
nobiltà e generosità d'animo che è contraddistinta come una 
firma indelebile nella meticolosa arte musiva decorativa e 
dell'opus sectile pavimentale, aiuta ad immaginare i loro volti 
orgogliosi, felici i quali, da poco più che fanciulli, crescono 
neh 1 ' apprendere l'arte nella bottega paterna e da adulti a 
trasmetterla ai propri figli. Non sappiamo quando e dove sono 
nati, né cosa fecero in vita, né dove riposano le loro spoglie, 
ma conosciamo il loro amore per l'arte, per il bello, per la 
gioia di illuminare, come oggidì si fa al tempo del Natale con 
le luminarie, le antiche e nuove chiese, erette a suffragio della 
nuova opera di rinnovamento spirituale iniziata con 
l'abbaziato di Desiderio nel celebre monastero benedettino di 
Montecassino. 

Ancora una volta loro, i benedettini, promotori di quella 
rennovatio religiosa ed artistica che dalla consacrazione della 
chiesa abbaziale di Montecassino portò alla realizzazione di 
un mondo spirituale del tutto nuovo, trasmesso anche e 
soprattutto con l'ausilio dell'immagine oltre che con il verbo; 
dalla Biblia Pauperum, nasce il concetto del simbolismo 
religioso, professato attraverso l'immagine e la bellezza 
dell'ordine cromatico e geometrico della natura. Le 
decorazioni policrome diventano il linguaggio artistico 
principale per la trasmissione della bellezza visiva, atta a dare 



39 



magnificenza e luce agli strumenti della fede. I candelabri per 
il cero pasquale vengono realizzati su colonne tortili 
finemente intarsiate di tessere musive, che creano motivi 
geometrici vorticosi e linee policrome di una bellezza 
incomparabile. Lo stesso accade per le nuove recinzioni che 
girano tutto intorno al presbiterio della chiesa, che 
generalmente viene rialzato di qualche gradino, al centro del 
quale viene eretto un ciborio che costituisce una splendida 
microarchitettura, ad evidenziare l'importanza del luogo più 
intimo della chiesa; allo stesso modo gli amboni per la lettura 
del Vangelo si arricchiscono di splendide decorazioni musive, 
come anche i tabernacoli, i plutei, fino ai portici esterni e i 
chiostri di chiese e monasteri. 

In un tale contesto, grande importanza aveva anche il 
pavimento che, da coccio pesto, spento nei colori, muto nel 
linguaggio espressivo, si trasforma in una sorta di città del 
simbolo in cui lo straordinario ordine simmetrico delle 
ripartizioni, delle fasce laterali che attraversano 
longitudinalmente le navate della chiesa e della fascia 
centrale, la più importante, diventa una strada con una 
segnaletica simbolica per il fedele che deve avvicinarsi al 
luogo più sacro dell'edificio, il presbiterio. Il significato 
specifico di questi simboli utilizzati dai Cosmati che li 
prendono a prestito per la quasi totalità dal repertorio 
dell'opus alexandrinum dell'antichità, non è ancora stato 
chiarito in modo completo oggi, ma si presume che i maestri 
romani volessero creare una sorta di linguaggio simbolico, il 
cui significato forse poteva essere interpretato dal singolo 
fedele in modo personale e secondo le proprie esigenze 
spirituali. Così l'opera pavimentale dei Cosmati, oltre che ad 
abbellire artisticamente le chiese, doveva espletare la funzione 
di guida al fedele che si avvicinava lentamente all'altare, 
esaltando il significato delle principali tappe. A questo 
dovevano servire le guilloche e i quinconce, le rotae e la 
ripetizione di motivi geometrici sempre più complessi, come 
anche l'attenzione ad un più fitto lavoro decorativo man mano 



40 



che ci si avvicinava all'altare. 

E' questo il senso più compiuto del lavoro artistico dei 
Cosmati che obbedivano al volere della Chiesa, che 
nell'intento della rennovatio voleva raggiungere una 
magnificenza mai vista prima negli arredi liturgici e 
architettonici degli edifici religiosi. Un intento di bellezza, 
visiva e spirituale, alla quale l'opera dei Cosmati trovò un 
sodalizio così felice e perfetto da produrre opere che 
sarebbero rimaste per sempre nella storia dell'arte. 
Di tali opere noi conosciamo, oggi, la quasi totalità della 
produzione originale. Tuttavia qualcosa può essere sfuggito 
alla grande divulgazione, magari piccoli contributi o 
comunque lavori di un certo rilievo che sono rimasti poco 
conosciuti in quanto posti in luoghi poco frequentati, ma 
anche perché gli arredi cosmateschi hanno dovuto subire, nel 
corso dell'invadente periodo barocco, l'oltraggio 
dell'abbandono se non della distruzione, con iniziative di 
smantellamento delle opere che hanno poi prodotto, dove si 
sono conservati, tutti quei reperti appartenenti ad amboni, 
transenne presbiteriali che spesso possiamo ammirare in 
musei e chiostri di chiese. 

E' in questa ottica che prende vita la mia idea di continuare 
gli itinerari laziali iniziati da Bassan, cercando di inserire e 
descrivere quei luoghi che ad oggi non hanno ancora meritato 
la giusta considerazione. Luoghi che si trovano dislocati su 
vari percorsi tra il basso Lazio e l'alta Campania, alcuni dei 
quali noti sicuramente agli esperti, ma non al grande pubblico. 
In alcuni casi si tratta di opere addirittura inedite, o di cui si è 
accennato in studi di difficilissimo reperimento, come gli 
arredi della cattedrale di Teano, di Sessa Aurunca, di Calvi 
Risorta, in provincia di Caserta; ma anche di quelli di 
Minturno, Fondi, Terracina, Fossanova, in provincia di 
Latina; mentre quasi sconosciuti, se non a pochi autori, sono i 
pavimenti di Capua, di Carinola, in provincia di Caserta, di S. 
Elia Fiumerapido, di Sora, in provincia di Frosinone, di S. 
Vincenzo al Volturno in provincia di Isernia. Quest'ultima 



41 



mèta merita un posto di rilievo in questa collana storica 
perché proprio al confine tra il Lazio e la Campania, anche se 
in terra molisana, ed è, come vedremo, troppo importante per 
lasciarla in disparte. 

Gli altri itinerari, invece, saranno trattati in funzione della loro 
influenza artistica dipesa dalla scuola dell'abbazia di 
Montecassino. 

Scoperte e riscoperte, quindi, di opere in luoghi dove i 
Cosmati romani e i maestri marmorari di scuole campane 
forse si affiancarono, collaborarono, si contrapposero in una 
sorta di competizione artistica che aveva per fine la creazione 
del bello nel linguaggio dell'architettura religiosa. La loro arte 
correva parallela per trovare una fusione all'infinito, come i 
due binari su cui corre il treno. Una fusione che non è ancora 
stata spiegata nella sua totalità, nel suo significato simbolico e 
nella sua concezione artistica. 

"Matrice bizantina, influssi musulmani, permanenza della 
tradizione locale: a queste tre diverse eredità, oppure ad una 
loro eventuale fusione, hanno da sempre fatto riferimento gli 
studiosi che si sono occupati del problema delle origini della 
maniera cosmatesca: a tutt'oggi le opinioni al riguardo sono 
le più varie...". Così si esprime l'architetto Luca Creti nel suo 
bel libretto I Cosmati a Roma e nel Lazio, edito da Edilizio, a 
Roma, nel 2002 (pag. 46), sottolineando l'impossibilità di 
attestare con precisione dove la mano degli artisti laziali sia 
giunta o si sia fusa con quella delle scuole meridionali. Nella 
cattedrale di Terracina, come in buona parte del sud del Lazio, 
sembra di vedere i maggiori elementi di fusione delle due 
scuole, rintracciabili a volta negli arredi, altre volte nei 
pavimenti. Personalmente non escludo neppure che qualcuno 
dei maestri romani abbia portato la sua arte anche in pieno 
meridione, come sappiamo essere anche accaduto al di fuori 
dell'Italia nella realizzazione del pavimento presbiteriale 
dell'abbazia di Westminster a Londra. 

E' ovvio credere che nel meridione e in Campania, le scuole 
meridionali abbiano firmato la maggior parte delle opere; così 
come le scuole marmorarie romane a Roma, nel nord del 



42 



Lazio fino in Umbria e nel basso Lazio, almeno fino a 
Ferentino. Ma che entrambe siano scaturite dalla primitiva 
scuola di Montecassino è un dato ormai accertato. 

Sulla scorta, quindi, della scoperta e riscoperta di questi 
luoghi ed opere meno conosciute, forse anche agli specialisti 
della materia, mi accingo a descrivere questi nuovi itinerari 
cosmateschi che si trovano dislocati a cavallo tra il basso 
Lazio e l'alta Campania. I percorsi che ho scelto, sono quelli 
che prevedono la possibilità di seguire un itinerario facilmente 
percorribile in auto e in sequenza temporale che così vorrei 
schematicamente raggruppare: 

BASSO LAZIO 



ANAGNI 

Cattedrale, Pavimento della basilica superiore, arredi 

cosmateschi. 

Cattedrale, Pavimento della basilica inferiore (Cripta di S. 

Magno) 

Cattedrale, reperti cosmateschi del museo lapidario 

Chiesa di S. Andrea, pavimento 

Chiesa di S. Giacomo in S. Paolo, Pavimento, Tabernacolo 

Chiesa di S. Pietro in Vineis, pavimento 

Scavi archeologici di Villa Magna, monastero di S. Pietro, 

resti di pavimento 

FERENTINO 

Cattedrale, Pavimento, ciborio di Drudus de Trivio, arredi 

cosmateschi, reperti erratici 

ALATRI 

Cattedrale. Reperti cosmateschi 

VICO NEL LAZIO 

Chiesa di S. Michele Arcangelo. Paliotto d'altare cosmatesco 



43 



SUBIACO 

Monastero S. Scolastica, chiostro cosmatesco, reperti 

Sacro Speco, Portale, Pavimento, reperti 

SORA 

Chiesa di S. Domenico, resti pavimentali nella cripta 

AQUINO 

Museo archeologico, resti pavimentali e di arredi provenienti 

dalla chiesa di S. Maria della Libera 

MONTECASSINO 

Abbazia. Resti pavimentali nella Cappella dei Santi Monaci, 
nella Cappella di S. Martino, nella Cappella di S. Anna, 
frammenti nel museo dell'abbazia e reperti erratici. 

S. ELIA FIUMERAPIDO 

Chiesa S. Maria Maggiore, resti pavimentali 

FOSSANOVA 

Abbazia, portale con decorazione cosmatesca 

TERRACINA 

Cattedrale. Portico cosmatesco, pavimento, arredi 

FONDI 

Duomo. Pulpito, cattedra 

GAETA 

Duomo. Campanile, reperti 

Chiesa S. Lucia, reperti 

MINTURNO 
Duomo, Pulpito 



44 



ALTA CAMPANIA 

SESSA AURUNCA 

Duomo. Pavimento, pulpito, candelabro, reperti erratici 

CARINOLA 

Cattedrale. Reperti pavimentali 

TEANO 

Cattedrale. Pulpito, reperti 

CALVI RISORTA 
Cattedrale. Pulpito, reperti 

CAPUA. S. ANGELO IN FORMIS 

Basilica benedettina. Resti pavimentali, reperti 

CAPUA 

Duomo. Cappella del Sacramento, pavimento; candelabro, 

pulpito, cripta; 

Chiesa S. Angelo in Audoaldis, resti pavimentali; 

Parrocchia SS. Filippo e Giacomo. Resti pavimentali dal 

monastero di S. Benedetto a Capua. 

CASERTA VECCHIA 

Cattedrale. Pavimento, presbiterio, pulpito 

S. AGATA DEI GOTI 

Chiesa di S. Menna, pavimento, reperti e frammenti 

Cattedrale, resti pavimentali 

S. Vincenzo al Volturno 

Basilica superiore. Resti pavimentali. Locale LI e locale L2 
Basilica inferiore, scavi archeologici, Cappella S. Restituta, 
resti pavimentali. 



45 



46 



ANAGNI. IL PAVIMENTO COSMATESCO DELLA 
CHIESA DI SAN GIACOMO IN SAN PAOLO 

I pavimenti cosmateschi sconosciuti di Anagni. 
L'opera riscoperta dei maestri Cosmati 




Figura 1 

Affianco al Convitto "Regina Margherita", all'ingresso del 
paese, si trova la chiesa di S. Giacomo in San Paolo. Quando 
si parla di Anagni, in genere il campo di informazioni storico- 
artistiche è assorbito quasi completamente dalla cattedrale, 
con i suoi tesori d'arte e da alcuni palazzi del centro storico. 
Passeggiando però per la città ci si può trovare all'improvviso 
di fronte a piacevoli sorprese di cui poco o niente si sa e che 
possono considerarsi delle vere e proprie fonti di ispirazione 
per nuove ricerche. E' il caso, per il nostro argomento, di 
almeno altre tre chiese e di un'abbazia di cui restano solo dei 



47 



resti archeologici. 

Premesse generali 

Il pavimento, o meglio ciò che resta del pavimento 
cosmatesco di questa chiesa, si presenta in uno stato di cattiva 
conservazione. Esso si estende dall'inizio della chiesa, ad 
iniziare dalla porta d'ingresso, fino a metà della navata, dove 
è bruscamente interrotto da un pavimento in cotto. Al centro 
del pavimento in cotto si trova un grande cerchio in cui è 
inscritta una stella ottagonale e gli spazi tra le punte sono 
riempiti da porzioni di pavimento in opus sedile. Il pavimento 
cosmatesco ricomincia a qualche metro di distanza, 
successivamente a questa stella centrale e fino al gradino che 
separa la zona del presbiterio, dove lo stato di conservazione 
sembra leggermente migliore. Come se durante antichi 
restauri fossero state scelte le tessere cosmatesche meglio 
conservate da assemblare nella parte pavimentale più vicina al 
presbiterio. In generale si può dire che il pavimento si 
presenta quasi del tutto manomesso, probabilmente da antichi 
restauri; che le tessere visibili sono in gran parte molto 
consunte e rovinate; che la manomissione dei restauri ha in 
buona parte modificato la facies originale del litostrato e la 
simmetria policroma dei disegni geometrici a causa della 
ricomposizione casuale delle tessere colorate. Non può 
esistere, quindi, una corrispondenza simmetrica delle parti 
pavimentali e da ciò che si vede oggi, ci si può fare solo una 
vaga idea della magnificenza e bellezza che doveva avere il 
pavimento originale che sicuramente iniziava dall'ingresso 
della chiesa e si estendeva a tutta la superficie fino in fondo al 
presbiterio. A meno che, questo pavimento sia una 
ricomposizione di materiale di spoglio derivato da altre 
chiese. 

Una curiosità che attira subito il visitatore è la cattedra 
vescovile che si trova sul presbiterio e che ricorda 
immediatamente nel disegno quella realizzata da Vassalletto, 
oggi nella cattedrale di Anagni. Un richiamo curioso, anche 



48 



perché da Cappelletti 3 si apprende che al tempo in cui egli 
scriveva il suo libro, nel 1840 circa, la cattedra vescovile fatta 
da Vassalletto si trovava nella chiesa romanica di S. Andrea. 
Da ciò si deduce anche la ricomposizione della stessa cattedra 
con pezzi diversi, come abbiamo detto nel capitolo dedicato 
alla cattedrale. Non sappiamo se questa cattedra della chiesa 
di San Giacomo in San Paolo sia stata ripresa dalla chiesa di 
S. Andrea, dove, probabilmente essa fu messa al posto 
dell'originale trasportata nella cattedrale. Tutti questi 
movimenti, comunque, ci portano a pensare e ad ipotizzare 
che i lavori cosmateschi di Anagni, i quali hanno interessato 
diversi monumenti, possano essere stati condotti più o meno 
in uno stesso periodo dalle stesse famiglie romane, da Cosma, 
i figli Jacopo e Luca e dai Vassalletto. La stella centrale nel 
pavimento richiama inevitabilmente alla mente la stessa stella 
ottagonale presente nel pavimento cosmatesco del Sacro 
Speco a Subiaco dove sappiamo che pure Lorenzo (opere 
datate dal 1162 ali 190), padre di Cosma I, aveva lavorato. E' 
probabile, quindi, che l'artefice di questo pavimento fosse lo 
stesso Cosma I, o la sua bottega, che lavorasse separatamente 
o in contemporanea con il rifacimento dei litostrati (cripta e 
navata superiore) della cattedrale. 

Figura 2 

Il pavimento 

Dallo stato di conservazione 
pessimo si può pensare che 
esso sia stato manomesso e 
ricomposto nel XVII secolo, 
quando si decise di 
smantellare gli arredi 
medievali delle chiese e non 
più restaurato in tempi 
bel pavimento vermicolato" era già 
stato montato, lo testimonia una descrizione minuziosa della 




moderni. Nel 1843 il 



Cappelletti, Gli affreschi della cripta anagnina, iconologia, Ed. 
Pontificia Università Gregoriana, Roma, 2002, pag. 349 



49 



visita del Papa Gregorio XVI ad Anagni nel maggio del 1843, 
pubblicata dal "Principe Massimo" nello stesso anno. 
Dall'ingresso della chiesa si possono vedere una serie di 
ripartizioni rettangolari, non molto grandi, ostacolate da sedie, 
panche, colonne, un tavolo e un confessionale! 

La fig. 40 mostra l'ingresso in chiesa e l'inizio di una delle 
ripartizioni orizzontali che si contrappongono alla serie di 5 
ripartizioni verticali, inframezzate al centro della navata da un 
lungo rettangolo contenente una bella guilloche formata da 
cinque rotae. Il motivo geometrico all'inizio è quello di 
rettangoli e quadrati in tessiture miste ortogonali e diagonali, 
con le tessere di dimensioni abbastanza grandi, come di solito 
usavano i Cosmati per le ripartizioni nelle grandi navate. Qui, 
come in quasi tutto il resto del pavimento, ad eccezione di 
piccole parti delle guilloche centrali, la simmetria policroma 
dei disegni geometrici è irrimediabilmente perduta. 
Perpendicolari a questo rettangolo iniziale, interrotto 
dall'architettura ed arredi dell'ingresso alla chiesa, si trovano 
le ripartizioni che accompagnano parallelamente nella prima 
porzione il rettangolo con la lunga guilloche centrale. Se ne 
può avere una discreta idea dalla fig. 41. 



50 




Tali ripartizioni sono interrotte più o meno all'altezza della 
prima ruota della guilloche per dare spazio a due grandi 
riquadri che a loro volta contengono una lastra marmorea, 
forse un sacrario con su incise due lettere. Al termine di questi 
riquadri ricominciano le ripartizioni rettangolari che avanzano 
fino all'interruzione nella navata centrale, dove sono sostituite 
con una pavimentazione di mattonelle rosse e solo il grande 
cerchio con la stella centrale si evidenzia dell'antico 
pavimento. Le stesse ripartizioni, esattamente come prima in 
numero di cinque per lato, ricominciano seguendo lo stesso 
andamento fino al gradino che separa la zona dell'altare e del 
presbiterio. Qui il pavimento è interrotto centralmente solo da 
una grande lastra rettangolare che è una tomba medievale. 
Probabilmente si tratta della tomba di Enrico di Villars, 
arcivescovo di Lione e venuto ad Anagni nel 1301 a trattare di 
affari con il Papa 4 . 



Notizie ricavate da Francesco Nardi, // Santo Padre in Anagni il 20 
maggio, Roma, 1863, pag. 10 



51 








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Figura 4 



Fig. 42. Le prime ripartizioni rettangolari, perpendicolari a 
quella orizzontale, nei pressi dell'ingresso della chiesa. 




Figura 5 

I due riquadri che contengono le due lastre marmoree al 

centro. 

Fig. 44 sono visibili parti del pavimento tra i banchi e sotto il 

muro perimetrale destro 

Nella pagina seguente (fig. 45) si può vedere la collocazione, 

la forma e lo stile della guilloche centrale. Essa è costituita da 

cinque rotae e cinque dischi centrali, tutti di uguale 

dimensione. 

Lo stile generale, i motivi geometrici delle fasce che si 

rincorrono, i disegni dei cerchi concentrici attorno ai dischi 



52 



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Figura 6 




Figura 7 

centrali e, ancor più, alcuni motivi come il fiore rosso sul 
disco di porfido verde della prima ruota, ci mostra 
inequivocabilmente la mano del maestro Cosma e forse dei 
suoi figli Jacopo e Luca che ne hanno realizzate di simili, se 



53 



non identiche, nel pavimento della navata superiore e nella 
cripta della cattedrale. L'identificazione della mano dei 
maestri Cosmati, non è solo un fatto di comparazione 
stilistica, ma anche l'utilizzo in serie di elementi che fanno 
pensare come ad una "catena di montaggio". Per esempio, i 
patterns e i disegni geometrici utilizzati in questo pavimento, 
sono evidentemente gli stessi che la "fabbrica" messa in moto 
per questi lavori aveva prodotto le tessere marmoree del 
pavimento della Cattedrale, sia nella basilica superiore che 
inferiore e nella chiesa di S. Pietro in Vineis. E' logico 
credere che per realizzare questi progetti, i disegni, le 
concatenazioni di guilloche, le tipologie dei quinconce, i 
moduli di proporzione e ogni altra struttura di tappeto musivo 
pavimentale, fosse studiata e preparata prima, in modo da 
produrre una fabbrica, anche locale, che sfornasse di volta in 
volta i materiali da utilizzare. E quindi, in tal caso, si 
ritrovano pezzi di pavimento dislocati in luoghi diversi che 
non solo presentano forti peculiarità di similitudine stilistica, 
ma addirittura uguaglianza nella forma e nella qualità del 
materiale impiegato. In pratica, è possibile riconoscere le 
stesse tessere di un unico pavimento. 




54 







Figura 8 

Nella fig. 46 si può vedere la similitudine stilistica tra la 
prima ruota della guilloche di S. Paolo in S. Giacomo (fig. 45) 
e due ruote (fig. 46) del pavimento della basilica superiore 
della cattedrale in Anagni. Nella foto in alto della fig. 46 si 
scorge, tra le "foglie", ovvero tra le losanghe curvilinee, la 
figura frattale del "triangolo di Sierpinski, in una fitta 
scomposizione che potremmo definire forse al secondo livello 
di autosimilitudine, mentre nella ruota della foto inferiore 
della stessa fig. 46 si vede lo stesso pattern geometrico ma in 
una scomposizione più semplice, al primo livello. La prima 
mostra molto chiaramente come dovrebbe essere il risultato 
del lavoro originario con una buona corrispondenza (anche se 
non è completa) della simmetria policroma tra le tessere di 
riempimento nelle losanghe rosse e nei triangoli gialli esterni. 
Nella stella della prima ruota in alto (fig. 45) invece si vede 
una rara porzione del pavimento di S. Giacomo ove il lavoro 
si è conservato originale, per la stella interna e il disco 
centrale, e solo in parte per le decorazioni del triangoli gialli 
esterni. Abbastanza buona è anche la parte della fascia che 
abbraccia la ruota, la quale sembra mostrare gli stessi stilemi 
delle fasce nel pavimento della cattedrale, e una discreta 



55 



corrispondenza policroma delle tessere. Come può vedersi, 
anche i motivi dei riempimenti tra le ruote sono più o meno 
identici a quelli realizzati nelle guilloche e quinconce del 
pavimento della cattedrale. Mentre uno sguardo alle partizioni 
rettangolari, riflette molto bene lo stesso stile che si riscontra 
nelle ripartizioni della cripta di San Magno. Tutto riconduce 
quindi alla mano dello stessa bottega dei marmorari romani, il 
maestro Cosma e figli. 

Nella fig. 47 e in quelle della pagina seguente si possono 
vedere i singoli dischi della guilloche centrale e i dettagli dei 
patterns. 




Figura 9 



56 



01. Prima ruota della guilloche. Disegno geometrico a stella 
esagonale formato da 6 losanghe. All'interno, triangolo di 
Sierpinski al primo livello di autosilimitudine. La stella è 
inscritta in un disco di porfido verde antico. La fascia 
circolare che contorna il disco è composta di alternanza di 
triangoli grandi gialli, verde antico e porfido rosso. 

02. Seconda ruota. Un disco centrale di porfido verde antico, 
molto consunto, dal quale si dipartono in cerchio "gocce" 
formate da tessere verdi (vedi esempio e confronto nella 
pagina seguente). Segue una seconda fascia circolare 
concentrica a motivo geometrico di triangoli opposti al vertice 
di colore prevalentemente giallo per le tessere più grandi e 
verdi, bianche e rosse per le piccole di riempimento; 

03-04. Terza ruota che ricorda un po' il "sole azteco" con il 
disco centrale in porfido rosso antico e tre fasce circolari 
concentriche, di cui la prima a motivi di triangoli scaleni 
alternati rosse e verdi; la seconda con un doppio ordine di 
triangoli grandi e piccoli, gialli, rossi e verdi; la terza di 
triplice incastro di triangoli rossi, verdi e gialli. 

05. Quarta ruota. Un disco di marmo nero, forse "lumachella", 
attorno al quale vi sono tre fasce circolari concentriche con 
motivi a triangoli, in prevalenza di colore giallo, dando il 
colpo d'occhio di un grande sole raggiante. 

06. Quinta ruota. Questo è un pattern raro, ma nella cripta di 
San Magno esiste uno dei cerchi di una ruota di quinconce 
dove è ricavato un triangolo centrale. Qui all'interno del 
triangolo, anche se si vede poco, si trova inscritto un esagono 
in cui è inscritto il disco centrale. Molto suggestivi i tre motivi 
del triangolo di Sierpinski. 

E' interessante fare un confronto millimetrico di questo 
pattern con lo stesso che si vede nella cripta di San Magno. Si 
scorge la stessa mano del maestro Cosma nel taglio delle 



57 



tessere a goccia e lo stesso stile. 




Figura 10 

A destra (fig. 48) è il particolare del pavimento di S. 
Giacomo, a sinistra il dettaglio di un disco centrale di uno dei 
quinconce nel pavimento della cripta di San Magno. Bisogna 
innanzitutto far caso ad un particolare che nemmeno si scorge 
ad occhio quando si guardano queste opere standoci sopra, in 
piedi, forse anche a causa della limitata illuminazione diurna 
delle chiese. L'ingrandimento mostra, specie nella foto di 
sinistra, che le tessere a goccia sono in realtà originariamente 
dei triangoli tagliati di netto agli estremi della base con un 
angolo di circa 45 gradi. Quando vengono disposte in 
successione, le tessere tagliate in tal modo formano un piccolo 
spazio triangolare alla base tra loro che nella foto a sinistra si 
vede bene. Questi spazi sono riempiti con una minuscola 
tessera triangolare bianca. Nel nostro caso risultano 
scomparse nella foto a destra, come molte delle quattro 
tessere che superiormente riempiono gli spazi tra le gocce. E' 
straordinario questo piccolissimo dettaglio che difficilmente si 
riesce a scorgere osservando il pavimento stando usualmente 
in piedi. 



58 




Figura 11 

Al termine della lunga guilloche inizia la parte di 
pavimentazione moderna formata da mattonelle rosse in cui 
spicca il grande cerchio con la stella ottagonale (fig. 49) 
formata da grandi losanghe color giallo chiaro. I disegni 
geometrici di riempimento corrispondono simmetricamente, 
ma è evidente una forte manomissione delle tessere. I patterns 
sono eseguiti con tessere quadrate, rettangolari, a rombo e 
triangolari. Esternamente, incorporata in due fasce circolari di 
marmo bianco, ci sono esagoni e triangoli. 




Figura 12 

Due delle otto ripartizioni triangolari comprese tra le losanghe 
della stella. Esse si ripetono alternate in modo da trovarsi 



59 



simmetricamente opposte al vertice. 






■ ■ . 












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Figura 13 



Nella fig. 51 è possibile vedere il resto del pavimento 
cosmatesco come si presenta nei pressi del presbiterio. Dove 
finiscono i banchi si nota la linea marmorea di separazione tra 
il pavimento moderno e la seconda parte del pavimento a 
mosaico. Al centro si vede la lastra tombale medievale e, 
sotto, un tappeto rosso che copre una parte di pavimento 
mancante, mentre a destra si nota una parte del gradino che 
separa la zona del presbiterio dove il pavimento è moderno. A 
destra e a sinistra della lastra tombale vi sono cinque 
partizioni rettangolari che terminano da entrambe le parti sui 
muri perimetrali dell'edificio. Ogni partizione è delimitata da 
larghe fasce marmoree rettangolari bianche. Tutto intorno, il 
pavimento si presenta con diversi gruppi di disegni geometrici 
che però non sono delimitati, come consuetudine, da listelli di 
marmo bianchi. 

Qui si è fatto quel che si è potuto, evidentemente, ma il 
miscuglio determina una confusione visiva che non appartiene 
alla scuola e all'intento dei Cosmati. Qui non esiste 
simmetria, né geometrica, né policroma, né dei riquadri, né 



60 



dei dettagli. In basso a sinistra si notano anche tessere giganti 
bianche, quadrate e triangolari che mai i Cosmati si sarebbero 
sognati di utilizzare nei pressi di un presbiterio. Dovevano 
essere utilizzate, invece, molto probabilmente, limitatamente 
alle zone periferiche dell'originale litostrato, lontano da un 
luogo di tale importanza religiosa come la zona presbiteriale 
dove, sappiamo bene, che il lavoro dei Cosmati maggiormente 
era attento e veniva espletato con l'infittirsi di guilloche, 
quinconce e disegni geometrici più ricchi, atti ad aumentare il 
significato simbolico del cammino del fedele verso il luogo 
più importante della chiesa. Qui, evidentemente, il pavimento 
è stato rimaneggiato totalmente e ricostruito alla meglio senza 
tenere conto di questi elementi e l'impressione che se ne 
ricava è quella di molti altri pavimenti che hanno subito lo 
stesso trattamento: una visione confusa di colori e di 
asimmetrie geometriche che è giusto l'opposto dell'intento dei 
maestri marmorari romani. 




Figura 14 

Nelle quattro immagini di fig. 52, si vede ancora la zona del 
pavimento nei pressi del presbiterio. 



61 



Falsi cosmateschi? 

Nella chiesa sono presenti due reperti in stile cosmatesco. Il 
primo è un trono vescovile (fig. 53) decorato alla maniera di 
quello originale del Vassalletto, ora nella cattedrale. Esso è 
realmente moderno ed è in stile cosmatesco "mimetico". Il 
secondo, invece, è un piccolo tabernacolo posto su un altare 
della cappella nei pressi della sacrestia. Se l'oggetto fosse 
originale, sarebbe un'opera maestosa. Lo stato conservativo si 
presenta davvero eccellente, tanto da far apparire le 
decorazioni ad intarsio come nuove e difficilmente fa credere 
che esso sia un originale cosmatesco. Tuttavia anche il 
candelabro per il cero pasquale che è nella cattedrale mostra 
le decorazioni degli intarsi come fossero nuove. 

Evidentemente ciò è dovuto di sicuro a recenti ed attenti 
restauri. Ma nel caso del tabernacolo di S. Giacomo siamo di 
fronte ad un falso? O è una pregevole opera cosmatesca 
sconosciuta? Visto che il Vassalleto II è l'artefice principale 
degli arredi della cattedrale, viene facile pensare che il 
maestro abbia realizzato anche questo splendido oggetto. 




Figura 15 



62 




Figura 16 Tabernacolo cosmatesco 














63 




Figura 17 

Dettagli del piccolo tabernacolo cosmatesco, forse preziosa 
opera di Vassalletto II. 



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Le due foto mostrano un confronto diretto tra le tessere 
intarsiate del tabernacolo di S. Giacomo (a sinistra) e quelle 
della parte centrale della colonna tortile del candelabro nella 
cattedrale di Anagni, opera di Vassalletto II. 
Sembrano identiche se non fosse per il colore di fondo della 
malta, più bianco nel candelabro e più scuro nel tabernacolo. 



64 




Figura 19 

Infine, un secondo tabernacolo, copia più grande di quello in 
marmo descritto, si trova a destra dell'altare sul presbiterio, 
ma qui le decorazioni sono disegnate, come sul trono 
vescovile. 

Nelle pagine seguenti riporto una tabella dei principali 
patterns geometrici, indipendenti dal colore delle tessere in 
quanto la simmetria non è rispettata, del pavimento della 
chiesa di S. Giacomo in San Paolo ad Anagni. Essi sono quasi 
tutti del tipo utilizzati per le grandi partizioni rettangolari 
delle navate delle chiese allo scopo anche di realizzare più 
velocemente buona parte del pavimento lontano dalla fascia 
della navata centrale dove l'attenzione è maggiore. 

Patterns geometrici del pavimento cosmatesco nella chiesa 
di S. Giacomo in S. Paolo di Anagni 

Stranezze del pavimento. 

Nell'ultima foto della fig. 58, si nota la tessitura "ad 
triangulum" che genera esagoni. Gli spazi tra gli esagoni sono 



65 



riempiti di tessere triangolari. 




Figura 20 

Al centro della striscia però c'è come un "imbuto" stretto che 
termina proprio in prossimità del banco. Da come si vede, 
sembra che sia realizzato appositamente così, anche se resta 
molto difficile pensare che i maestri Cosmati abbiano voluto 
fare una stranezza simile. La striscia, inoltre, col restringersi 
in punta, produce esagoni, quadrati e triangoli man mano 
sempre più piccoli fino a formare un pattern diverso da quello 
generante esagoni. Le quattro strisce rettangolari che si 
diramano dalla stella, è un particolare unico che ritroviamo 
stilisticamente nel pavimento del Sacro Speco a Subiaco, 
conforme allo stile di Cosma anche se in quel caso si 
tratterebbe di un rifacimento moderno. 



66 




Un tabernacolo di Vassalletto? 

Quando avevo già scritto le pagine relative ai reperti visti 
sopra, ho avuto modo di avere un dialogo con Padre Angelo 
del Seminario di Anagni il quale, essendo vissuto per gran 
parte della sua vita come canonico in quei luoghi, ricorda 
molte cose inerenti il nostro argomento. In particolare egli mi 
ha dato la sua conferma alla mia ipotesi sulla derivazione dei 
pavimenti delle chiese di S. Andrea e di S. Giacomo in S. 
Paolo, dall'unico vero pavimento cosmatesco esistente un 
tempo nella chiesa di S. Pietro in Vineis e di cui ora 
rimangono le tracce nel pavimento dell'attuale presbiterio. 
Una sorpresa, invece, riguarda il piccolo tabernacolo oggi 
custodito nella chiesa di S. Paolo in S. Giacomo e che ho 
descritto nelle pagine precedenti. In effetti, la sua 
straordinaria bellezza mi aveva colpito sin dal primo istante, 
insieme alla sorpresa di scoprire un così grazioso oggetto in 
stile cosmatesco. Don Angelo ricorda che il piccolo 
tabernacolo si trovava molti decenni or sono, murato (e questo 
spiega il retro del manufatto, grezzo, non lavorato) nei pressi 
del presbiterio della Cattedrale di Anagni. Ho chiesto se, 



67 



secondo il suo parere, potesse essere un falso artistico 
moderno, ma egli pensa che si tratti di un originale. Lo stato 
di conservazione, pressoché perfetto, mi fa pensare che 
probabilmente, come per il candelabro per il cero pasquale, 
sia stato sicuramente restaurato. E' certo che se si tratta 
davvero di un reperto originale, siamo di fronte ad un oggetto 
di straordinaria bellezza e importanza artistica dove la mano 
del maestro è più evidente di una firma e non ci si può 
esimere dalla tentazione di pensare che quel maestro fosse lo 
stesso della cattedra vescovile e del candelabro, cioè 
Vassalletto II, figlio di Pietro. D'altronde il confronto delle 
due foto viste sopra, è tutto a conferma di questo pensiero. 
C'è ancora un'ultima considerazione da fare. Nella chiesa di 
Santa Sabina a Roma, c'è un tabernacolo praticamente 
identico a quello visto sopra. È cosmatesco ed è del XIII 
secolo. Esso è murato ed è impossibile dire di chi sia opera. 
Però forse un raffronto delle due foto dei due tabernacoli pone 
molte riflessioni. 




Figura 21. 01 e 02 

01. Tabernacolo murato di S. Sabina 

02. Tabernacolo prima murato nella Cattedrale di Anagni 



68 



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Figura 22 

Tabernacolo murato nel presbiterio della chiesa di Santa 
Sabina a Roma. E' evidente la sua indubbia similitudine con 
quello della chiesa di S. Giacomo in Anagni. E' probabile 
quindi che esso sia opera di Pietro Vassalletto o del figlio 
Vassalletto IL Foto da un archivio fotografico del 1964. 



69 



Dettagli del tabernacolo di Vassalletto II nella chiesa di S. 
Giacomo ad Anagni 




Figura 23 



70 








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«1MBM» 








Figura 24 



71 



Fig. 63. Alcune vedute della pavimentazione e una 
panoramica dell'interno della chiesa. 




Figura 25 



72 



ANAGNI. RESTI DI PAVIMENTI NELLE CHIESE DI 

S. ANDREA, S. PIETRO IN VINEIS E SS. COSMA E 

DAMIANO NEL PALAZZO BONIFACIO Vili 



Chiesa di S. Andrea 5 

La chiesa di S. Andrea è ritenuta una 
delle più antiche di Anagni. Essa si 
trova in pieno centro storico e 
conserva la bellissima facciata con il 
campanile romanico. Come molte 
altre chiese, ha subito ingenti 
rimaneggiamenti nell'epoca barocca. 
Sul piano rialzato del presbiterio 
abbiamo trovato una bella 
testimonianza di pavimentazione 
cosmatesca, sicuramente rimaneg- 
giata durante i secoli e, in generale, in 
un discreto stato di conservazione. 
L'aspetto che il litostrato presenta 
sostituzione ed assemblaggio in modo 

casuale delle tessere, senza rispettare alcuna simmetria dei 

colori; incassamento delle stesse in modo impreciso con linee 

di fuga abbastanza evidenti. 

Non è nello stile della scuola dei migliori Cosmati realizzare 




Figura 26 
(fig. 65) 



è il solito: 



Le considerazioni qui riportate sono da intendersi 
cronologicamente anteriori a quelle che si leggono nelle 
ultime pagine di questo capitolo. Qui ho creduto all'inizio di 
essere davanti ad un pavimento frutto di un lavoro completo 
ed indipendente, prima di scoprire la sua derivazione dal 
pavimento di S. Pietro in Vineis. Ho voluto lasciare intatto il 
senso della ricerca che in prima fase prevedeva un pensiero 
che è poi risultato diverso da quello finale. Si può così vedere 
una sorta di ricostruzione storica e logica delle scoperte 
effettuate durante questo studio. 



73 












Figura 27 

un pavimento presbiteriale per mezzo di piccole partizioni 
rettangolari con sproporzionate tessere marmoree giganti, 
proprio a ridosso dell'altare. 

Come si è visto, disegni geometrici eseguiti con tessere di 
grandi dimensioni, erano riservate esclusivamente alle zone 
lontane dal presbiterio e più esterne delle navate laterali, 
oppure agli ingressi. Sarebbe troppo strano, inoltre, che 
davanti all'altare e nel presbiterio i Cosmati non avessero 
realizzato alcuna fascia di percorso, come in genere è in tutte 
le chiese con queste pavimentazioni. 
Nessuna guilloche e nessun quinconce. 
Il lavoro estremamente approssimativo, grossolano, fatto con 
materiale di riutilizzo, porta solo a credere che questo 
pavimento del presbiterio sia stato riassemblato, forse in 
epoca barocca, utilizzando le tessere superstiti dello 
smantellato pavimento esistente. Ciò spiegherebbe le insolite 
ed improprie piccole ripartizioni rettangolari nei pressi 
dell'altare, l'uso di tessere per disegni geometrici di più 
grande respiro, generalmente adatti a zone pavimentali laterali 
e l'assenza di elementi fondamentali come rotae, guilloche e 



74 



quinconce nella zona più importante della chiesa. 
Nelle foto che seguono vediamo alcuni tratti di questa insolita 
pavimentazione, senz'altro una vaga testimonianza di come 
doveva essere l'originale che sicuramente si estendeva per 
tutta la superficie di calpestio della chiesa. 




Figura 28 

01. Come si presenta il pavimento cosmatesco nei pressi 
dell'altare nel presbiterio. 

02. Un pannello isolato che sembra essere stato staccato 
integralmente e posizionato in quel punto. Qui, infatti, si vede 
un'ottima corrispondenza (non totale) di simmetria 
geometrica e policroma. 



75 



03. Le piccole partizioni rettangolari, inusuali nella loro 
posizione davanti all'altare, mostrano disegni e tessere che in 
genere vengono impiegate per i grandi rettangoli nelle zone 
laterali delle navate. Anche se esse presentano una certa 
corrispondenza simmetrico-geometrica, i colori delle tessere 
sono casuali. 

04. Un pannello con un insolito inserimento di tre piccoli 
dischi di porfido al centro. E' evidente che essi sono stati 
presi da un altro luogo e messi qui a caso. 

05-06-07-08. Sono visibili alcuni patterns geometrici, tra cui 

gli usatissimi ad quadratura e ad triangulum in tessitura a 

45°. 

09-10. Ancora una immagine generale del pavimento presso 

l'altare e un reperto ornamentale medievale sulla facciata 

esterna della chiesa. 

Chiesa di S. Pietro in Vineis, una nuova attribuzione alla 
bottega di Cosma 6 

Allo stato attuale, sembra che quanto rimane del pavimento 
cosmatesco della chiesa di S. Pietro in Vineis non sia ancora 
stato né studiato, né divulgato in tempi moderni. Proviamo, 
quindi, in questa breve nota a darne una descrizione, 
soprattutto sulla base dell'esperienza derivata dalle visite della 
cattedrale e delle altre chiese. 

Riporto qui di seguito uno stralcio storico relativo alla chiesa 
curato dalla Banca di Anagni sul suo sito web: 

5. Pietro in Vineis è la chiesa, risalente alla fine del secolo 
XII, di un antico monastero situato poco fuori della cerchia 
urbana di Anagni, vicino all'antica Porta Cerere. Quanto 
resta del complesso primitivo è oggi parte del Convitto 
Principe di Piemonte, appartenente all'INPDAP, e realizzato 
negli anni Venti dall'architetto Alberto Calza Bini. Il 



6 Desidero ringraziare per la gentile collaborazione il dott. Salvatore De 
Punzio dell'Inpdap di Anagni; Padre Angelo del Seminario di Anagni e 
Don Marcello Coretti parroco della Cattedrale di Anagni. 



76 



monastero appartenne all'ordine delle monache Clarisse 
dalla metà del secolo XIII sino al 1556, anno in cui, per 
eventi legati alla guerra tra i Carafa e Filippo II - fu usato 
come postazione di artiglieria - venne lasciato dalle monache, 
che si spostarono nell'odierno monastero di S. Chiara 
all'interno della città, e passò ai frati cappuccini. Negli 
ambienti superstiti di questo monastero femminile si conserva 
un pregevole gruppo di affreschi risalenti al XIII, XIV e XV 
secolo. Il gruppo di maggior importanza è quello che orna il 
cosiddetto Matroneo delle Monache, un ambiente posto 
esattamente al di sopra della navata sinistra della chiesa, con 
la quale comunica solo attraverso alcune piccole feritoie. 
Qui, probabilmente intorno al terzo decennio del Duecento - 
quindi prima che il monastero fosse dato alle Clarisse 
(Chiara fu canonizzata da Alessandro IV proprio ad Anagni il 
12 agosto 1255), l'ambiente venne completamente decorato 
con un magnifico e lussureggiante motivo a finti conci ed 
arcature a tutto sesto dal cosiddetto Terzo Maestro di 
Anagni. 7 

Le cospicue tracce della bella pavimentazione cosmatesca che 
un tempo ornava la chiesa, possono essere sfuggite fino ad 
oggi agli studiosi forse per il semplice motivo che il 
monumento è passato sotto la proprietà dell' INPDAP da 
diversi decenni e che esso è famoso esclusivamente per 
l'importante ciclo di affreschi duecentesca che vi si 
conservano e che sono stati di recente restaurati. Grazie alla 
sensibilità del dott. Salvatore De Punzio dell' INPDAP di 
Anagni, mi è stato possibile analizzare il litostrato cosmatesco 
e realizzare la documentazione fotografica che accompagna 
questa pubblicazione. 

Dopo l'analisi fotografica di tutti i pavimenti trovati nei 
diversi luoghi di Anagni (Cattedrale, basilica superiore e 
Cripta, Chiesa S. Andrea, Chiesa S. Giacomo), sono rimasto 



7 Dal sito web http://www.bancanagni.it/readattivita.aspx?ref=7 



77 



felicemente sbalordito nel vedere questo pavimento di San 
Pietro in Vineis ed attribuirlo immediatamente, senza il 
minimo dubbio, al maestro Cosma e ai figli Iacopo e Luca. 
Basta per questo osservare il quinconce di fig. 67, forse unico 
lacerto di pavimento rimasto in buona parte originale, per 
ritrovare le scelte, gli stili, lo spirito, i colori e la mano dello 
stesso maestro che ha lavorato nella cattedrale! 


















Figura 29 

Diventa, così, familiarissimo ai miei occhi lo stile di Cosma e 
dei suoi figli. Stessi schemi geometrici, stessa tipologia di 
tessere marmoree, stesso lavoro di prospettiva simmetrica nei 
dischi di porfido e stessa scelta di realizzare gli splendidi 
quinconce in successione, giustapposti, invece che 
comunicanti tra loro con gli "abbracci" delle fasce decorative. 
Il colpo d'occhio, poi, è particolarmente significativo ed è 
quello che più di tutti ci mostra il lavoro del maestro 
marmorario romano, tra i più famosi e importanti nelle 
famiglie dei "Cosmati". E' evidente quindi che quando Cosma 
venne ad Anagni per realizzare il pavimento della navata 
superiore della cattedrale, venne subissato di richieste per 
farne altri, come nella cripta e sicuramente questo in S. Pietro 



78 



in Vineis. Per tutto questo lavoro quindi egli si fece affiancare 
anche dai figli Iacopo e Luca che prima lo aiutarono a 
realizzare il pavimento della cripta di San Magno nel 1231 e, 
probabilmente, subito dopo, questo di S. Pietro in Vineis. 
Come visto sopra, il monastero passò alle Clarisse dopo il 
1250 (in quanto S. Chiara fu canonizzata nel 1255 proprio ad 
Anagni), epoca in cui probabilmente Vassalletto II iniziò i 
suoi lavori per gli arredi liturgici della cattedrale. Quindi 
presumibilmente nell'arco di tempo di qualche anno, 
compreso tra il 1231, epoca in cui Cosma e figli terminarono 
il lavoro nella cripta di S. Magno, e il 1250, essi realizzarono 
questo pavimento. Siccome nella cronologia dei lavori dei 
Cosmati si legge che si conoscono lavori di Cosma I datati 
1210, 1224 e 1231 (quest'ultimo anno è relativo alla cripta di 
S. Magno), di Iacopo (1231, ancora Cripta di S. Magno) e 
Luca (1234-1255), si potrebbe ipotizzare che, stando ancora 
ad Anagni, i maestri abbiano realizzato il pavimento di S. 
Pietro in Vineis dal 1231 al 1235, nell'arco quindi di quattro 
anni, dopo di che siano stati impegnati nel completamento del 
chiostro del monastero di Santa Scolastica a Subiaco, per il 
quale, a conferma, Luca Creti 8 scrive: "Il completamento del 
chiostro. . ..è stato quindi realizzato tra il 1231 e il 1243 e, più 
probabilmente, dopo il 1235". 

Questa mia attribuzione del pavimento di S. Pietro in Vineis 
al maestro Cosma, o comunque alla sua bottega, cioè ai suoi 
figli, è molto importante perché permette di integrare un 
pezzo di storia sconosciuta di questa bottega che va dal 1231 
al 1235. Infatti, in Luca Creti, che è attualmente la maggiore 
autorità scientifica sulla vita ed opere della bottega di Lorenzo 
e figli, si legge 9 : ". . .risulta quindi probabile che nel periodo 
compreso tra gli interventi nella cripta del duomo di Anagni e 
nel chiostro del monastero di Santa Scolastica a Subiaco e 
l'esecuzione delle due transenne civitoniche, Cosma e Iacopo 
alter siano deceduti, oppure Luca abbia abbandonato la 
bottega paterna, ipotesi, questa, senz'altro meno credibile. In 



Creti Luca, In marmoris arte periti, op. cit. pag 171, nota 275 
9 Creti Luca, op. cit. pag. 188 e segg. 



79 



effetti, dopo il completamento del chiostro dell'abbazia 
benedettina sublacense, che la maggior parte degli studiosi 
attribuisce all'incirca al 1235, non risultano altri lavori di 
Cosma e Iacopo; l'improvvisa scomparsa dei due marmorari 
potrebbe pertanto aver causato la definitiva crisi dell'officina 
laurenziana. . ." . 

Come si vede, c'è molta confusione sulla cronologia delle 
opere della bottega di Cosma relativa agli anni dal 1231 al 
1240. A pag. 171 Creti riporta la nota 275 in cui cita Mirzio 
(1638) e Faloci Pulignani, per mano di Claussen che 
posticiperebbe l'avvio dei lavori del completamento del 
chiostro di Subiaco al 1240; a pag. 188, invece, ribadisce il 
parere dei maggiori esperti sulla datazione di questi lavori al 
1235. Ora ci sarebbe da domandarsi se Cosma e figli, dopo il 
lavoro nella cripta del duomo di Anagni, siano partiti per 
Subiaco per il completamento del chiostro del monastero fino 
al 1235 facendo, quindi, ritorno ad Anagni per lavorare nelle 
altre chiese (o in questa di S. Pietro in Vineis), o, viceversa, 
come penso sia più logico e probabile, trovandosi già ad 
Anagni, essi fossero stati incaricati di eseguire, dopo il 1231, 
il pavimento della chiesa di S. Pietro in Vineis, per il quale 
furono impegnati almeno fino al 1235 o fino al 1240, e quindi 
fossero poi partiti per i lavori che li attendevano a Subiaco. 
Questa nuova ipotesi mi sembra sinceramente la più 
verosimile e renderebbe una più significativa e veritiera 
cronologia dei lavori della bottega di Cosma I. 



80 






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Figura 30 




Figura 31 



81 




Figura 33 

Le foto delle figg. 68-69-70 e 71 mostrano solo alcune delle 
indiscutibili corrispondenze stilistiche derivate dalla stessa 
maestranza della bottega di Cosma I e i figli Iacopo e Luca. 
Nelle foto di sinistra si vedono alcuni tratti del pavimento 
nella chiesa di S. Pietro in Vineis, nelle foto di destra le 
corrispondenze stilistiche nel pavimento della cripta di S. 
Magno nella cattedrale di Anagni. 

Accertata, in modo abbastanza inequivocabile, dunque, 
l'attribuzione dei due litostrati al medesimo maestro, resta da 
evidenziare ancora un altro particolare molto importante. E' 
ovvio supporre che il pavimento cosmatesco si sviluppasse 
nella chiesa di S. Pietro in Vineis per tutta la superficie 
calpestabile dell'edificio. Qui, invece, siamo di fronte a 
quanto rimane nella sola zona presbiteriale rialzata. Ma era 
questa zona veramente rialzata anche all'epoca delle prime 
decorazioni della chiesa, cioè nei primi decenni del XIII 
secolo? A questa domanda risponde direttamente il pavimento 
cosmatesco in questione. Basta fare due osservazioni 



82 



fondamentali: la prima è che la parte del pavimento che 
contiene i quinconce è prevalentemente originale, cioè ci è 
arrivato inalterato da manomissioni e restauri; la seconda è 
che la brusca e illogica interruzione di mezzo quinconce ai 
bordi del grande gradino che separa il presbiterio, indica che 
un tempo il vero livello pavimentale era proprio quello in cui 
insiste il litostrato cosmatesco. E non può esser altrimenti, 
perché diversamente si dovrebbe ipotizzare uno 
smantellamento e ricostruzione totale di tutto il pavimento 
cosmatesco che si vede oggi: cosa impossibile perché si vede 
bene che le parti dei quinconce sono arrivate a noi pressoché 
intatte, mentre in altre zone vi erano lacune che sono state 
supplite, evidentemente, con l'aggiunta e l'incassamento di 
parti di pavimento smantellate nella zona che un tempo era 
contigua al presbiterio ed ora ribassata. 
A questo punto è legittimo chiederci: che fine ha fatto la 
grande parte di pavimento cosmatesco smantellata per 
abbassare i livello del pavimento dal presbiterio fino 
all'ingresso della chiesa? 

Per rispondere a questa domanda potrebbe venirci in aiuto 
quanto abbiamo visto nelle altre due chiese di Anagni, cioè S. 
Andrea e S. Giacomo dove è evidente che il pavimento è stato 
ricomposto in epoca barocca: con quale materiale? 
Ovviamente con quello residuo derivato dallo smantellamento 
della parte pavimentale scomparsa nella chiesa di S. Pietro in 
Vineis. 

Una ipotesi di tal fatta, porterebbe a rivedere la cronologia dei 
lavori cosmateschi ad Anagni e a fissare quale punti di 
riferimento solo la cattedrale, dove Cosma e i figli lavorarono 
fino al 1231, e la chiesa di S. Pietro in Vineis dove lavorarono 
dal 1231 al 1235. Un periodo ragionevolmente credibile per la 
realizzazione del bel pavimento della chiesa, mentre meno 
verosimile sarebbe una ipotesi che prevedesse dei lavori 
singoli dei maestri cosmati in quel periodo per le chiese di S. 
Andrea e San Giacomo. Inoltre non credo molto probabile 
che i maestri siano riusciti a realizzare tre pavimentazioni 
diverse nelle tre chiese in 3 o 4 anni. Perciò, sono propenso a 



83 



credere che i pavimenti di S. 

I Andre a e S. Giacomo siano derivati 

dal recupero del litostrato 
cosmatesco della chiesa di S. Pietro 
in Vineis. Questa ipotesi trova 
conferma anche nella quantità di 
pavimentazione a mosaico delle 
altre due chiese che, messa insieme, 
formerebbe verosimilmente una 
superficie ragionevolmente 

rapportabile a quella del pavimento 
andato perduto della chiesa di S. 
Pietro in Vineis. Inoltre questo 
spiega anche l'assenza di quinconce 
nelle altre due chiese. Anzi per 
essere più precisi, spiega l'assenza 
totale di guilloche e quinconce 
nella chiesa di S. Andrea, e 
l'assenza di quinconce in quella di 
S. Giacomo. Se ci sforziamo di 
immaginare, in una visione unitaria, 
questi tre spezzoni pavimentali che 
si trovano oggi in tre chiese 
diverse, possiamo avere una buona 
idea di come doveva essere il pavimento cosmatesco, nella 
sua completezza, nella chiesa di S. Pietro in Vineis. 
La figura 72 rappresenta una ricostruzione ipotetica della 
fascia centrale del pavimento. Forme, colori e disegni sono 
casuali, ma la successione è quella di cinque rotae in forma di 
guilloche che iniziano pressappoco dall'ingresso della chiesa 
e procedono verso il centro della navata fin quasi la metà, 
dove campeggia la grande stella ottagonale. Entrambi questi 
elementi si trovano nella chiesa di S. Giacomo in S. Paolo. 
Dopo la stella centrale, comincia una serie di cinque 
quinconce di cui solo uno e mezzo è sopravvissuto ed è 
visibile nel pavimento di S. Pietro in Vineis. Il resto della 
superficie è occupato dalle numerose partizioni rettangolari di 




84 



cui i resti si vedono in S. Andrea e in S. Giacomo. A questo 
punto, non è escluso che alcuni pezzi ora presenti nel museo 
lapidario della cattedrale, possano provenire proprio da questa 
bellissima chiesa. L'ipotesi di ricostruzione di questo 
pavimento, che prevede l'immaginario riassetto delle porzioni 
di pavimento ora esistenti nelle chiese di S. Andrea e 
S. Giacomo, è molto affascinante e, per molti versi, anche 
convincente. Si resta quindi in attesa di ulteriori sviluppi. 




Continuando nell'analisi del pavimento superstite, osserviamo 
ancora la fascia dei quinconce che si presenta in gran parte 
nella forma originale, proprio come l'avevano concepita e 
realizzata i maestri Cosmati. 

Queste osservazioni sono di grande importanza perché 
costituiscono una rarissima opportunità di osservare parti di 
pavimentazione cosmatesca originale pervenutaci intatta, 
senza manomissioni e senza restauri, né antichi, né moderni 
che può essere molto significativa per effettuare dei confronti 



85 



di una certa attendibilità con altri pavimenti cosmateschi. 
Cominciamo dalla bellissima ruota del quinconce che è 
interrotto a metà dal gradino che separa il livello di pavimento 
più basso. Questa ruota (fig. 73) ci è pervenuta pressoché 
intatta, se si escludono due minuscole tessere rosse in basso a 
destra introdotte forse per colmare i piccoli vuoti. Lo stato di 
conservazione non è dei migliori, ma questo è rappresentativo 
di come dovrebbe presentarsi, dopo mille anni, un pavimento 
cosmatesco che non abbia subito alterazioni dovute all'uomo, 
conservatosi all'interno di un edificio religioso ed esposto 
solo all'incuria e ai segni del tempo. 




Figura 36 

Qui le losanghe del fiore esagonale, in verde antico, sono 
davvero tutte uguali, così come anche le tessere verdi, grandi 
e piccole. Lo stesso discorso vale per le losanghe che 
racchiudono il fiore e le relative tessere in rosso antico, grandi 
e piccole. Gli spazi tra le losanghe del fiore sono riempiti dal 
pattern del "triangolo di Sierpinski", anche se i lati del 
triangolo formato dalle losanghe sono curvi e non retti. Che la 
mano dell'uomo non abbia creato alterazioni si vede dalla 
perfetta simmetria dei colori delle tessere. Dove il triangolo 
grande al centro degli spazi è rosso, le tessere piccole 
triangolari sono rosse e quelle medie di colore verde; 
viceversa, dove il triangolo grande è verde, le tessere medie 



86 



sono rosse e le piccole verdi. 

La piccola fascia esterna circolare è composta da una serie di 
tessere grandi e piccole a forma di triangolo scaleno, tutte in 
verde antico (eccetto le due piccole dette sopra). La posizione 
dei triangoli interni al fiore è sempre simmetricamente 
opposta. Ogni angolo dei triangoli formati dalle losanghe, ha 
una piccola tessera in giallo antico, dettaglio questo che 
raramente si vede nei pavimenti manomessi. 
Nella foto in alto a destra della pagina precedente, si vede 
un'altra ruota del quinconce che mostra come i colori siano 
utilizzati con una ottima uniformità relativamente ai disegni 
geometrici. Così, troviamo al centro tutte tessere rosse e le 
losanghe grandi verdi; la fascia esterna è composta da piccole 
tessere di triangoli scaleni nere e gialle. Mentre la foto qui a 
sinistra mostra come le tessere romboidali siano state inserite 
nella malta cementizia e quelle triangolari mescolate nei 
colori in modo casuale. Questo è un intervento molto pesante 
che dimostra come la mano dell'uomo abbia contribuito, pur 
nell'intento di conservare, ad alterare lo stato di originalità di 
buona parte del pavimento. 

Per fortuna questi interventi brutali sono limitati a piccole 
porzioni, mentre si riscontra molto di più l'inserimento di 
tessere dove queste sono andate perse, ma senza rispettare la 
simmetria dei colori. Questo tipo di intervento è il meno 
dannoso, ma non restituisce la bellezza e l'originalità del 
lavoro dei Cosmati.Nella fig. 75 se ne possono vedere due 
buoni esempi (immagini 01-02) 

03. Si vede la parte del quinconce interrotto al livello del 
gradino. A destra una pavimentazione di riempimento. 

04. Ancora una piccola parte pavimentale in gran parte 
originale, con motivi a tessere romboidali grandi e triangolari 
gialle e nere. 



87 




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Figura 37 




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Figura 38 



05-06 (fig. 76). Parti di pavimentazione a patterns misti, 
mescolati senza alcuna interruzione, come di solito si ha nelle 
ripartizioni rettangolari. Questo si spiega solo ipotizzando una 
frettolosa risistemazione delle tessere pavimentali derivate 
dallo smantellamento della pavimentazione della navata. Solo 
un restauro non mirato al ripristino dell'originalità dell'opera 
può aver determinato questo risultato. 



88 







07 

Figura 39 






07 Un'altra immagine del quinconce e mezzo e la parte 
pavimentale che lo contorna. Si nota, come nei pavimenti 
della cattedrale, la perfetta corrispondenza simmetrica dei 
disegni nei dischi delle ruote esterne e dei patterns di 
riempimento tra esse. Segno questo che il lavoro è quello 
originale dei maestri marmorari e che solo la manomissione di 
alcune tessere per riempire gli spazi vuoti ha determinati delle 
variazioni nella fascia centrale dove sono i quinconce. 
L'immagine 08 di fig. 78 mostra, invece, una parte del 
pavimento completamente alterato in cui sono state incassate 
parti derivanti sicuramente dalla serie dei cinque quinconce 
che dovevano attraversare la navata nella fascia centrale. Qui 
si può vedere, nella zona destra, una parte di una ruota 
esterna, con la classica fascia circolare decorativa a triangoli, 
che viene forzatamente congiunta ad un piccolo quinconce 
asimmetrico, di quelli che se ne vedono spesso nei pressi 
dell'altare come riempimento degli spazi tra la fascia centrale 
e il presbiterio; oppure che potrebbe essere il centro di un 
altro quinconce. Avendo salvato parte delle guide marmoree, 
le tessere interne sono tutte alterate e riposizionate 
casualmente. 



89 




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08 

Figura 40 

I patterns geometrici del pavimento di S. Pietro in Vineis sono 
dunque anche quelli che si vedono nei pavimenti delle altre 
due chiese S. Andrea e S. Giacomo. 

Prima di terminare questo contributo, vorrei ancora 
evidenziare che, non conoscendo ancora le vicende 
architettoniche della chiesa di S. Pietro in Vineis, si può 
pensare, un po' per assurdo, che il livello del pavimento 
originale fosse quello attuale in corrispondenza dell'ingresso 
alla navata e che secondariamente il presbiterio sia stato 
rialzato ad una quota molto più elevata, per mezzo di diversi 
gradini. In tal caso, sarebbe forse possibile che al momento di 
smantellare la pavimentazione di gran parte della navata, si 
volesse recuperarne una parte e ricostruirla sul rialzato 
presbiterio. Ci si domanda, allora, come sia possibile che 
alcune parti del quinconce visto siano originali e inalterate. 
Forse ciò dipende dal fatto che quelle parti sono state in effetti 
prese come porzioni di pavimento intere e collocate nella 
nuova sede senza alterarle. 



90 



Conclusioni 

Sull'autenticità della mano del maestro Cosma o della sua 
bottega sono più che certo. Inoltre a rafforzare la mia ipotesi è 
la considerazione che la chiesa di S. Pietro in Vineis faceva 
parte del Capitolo della Cattedrale di Anagni. E' automatico, 
quindi, che stando sul posto, i maestri Cosma e figli fossero 
incaricati anche di decorare il pavimento della chiesa. In 
questa nuova ottica, possiamo dire quasi con certezza che i 
maestri Cosmati furono incaricati, probabilmente, dallo stesso 
Vescovo Alberto di realizzare i pavimenti nelle chiese e 
monasteri sotto la diretta giurisdizione del Capitolo della 
Cattedrale. Si può ragionevolmente concludere che essi 
abbiano iniziato, con il solo Cosma, verso il 1224 nella 
basilica superiore della cattedrale, terminando il pavimento 
entro il 1227; Cosma passò poi al pavimento della cripta di S. 
Magno, stavolta coadiuvato dai figli, terminando i lavori nel 
1231, come testimoniato dall'iscrizione già vista; quindi essi 
scesero giù, fuori le mura, per realizzare il pavimento della 
chiesa di S. Pietro in Vineis che terminarono entro il 1235. 
Quando il Vescovo Alberto morì, nel 1237, essi passarono ai 
lavori del completamento del chiostro nell'abbazia di S. 
Scolastica a Subiaco. 

L'idea di "unificare" le tre porzioni di pavimento per 
ricostruirne idealmente uno solo nella detta chiesa, mi è 
venuta dalla considerazione che le altre chiese conservano, 
quella di S. Andrea solo porzioni di ripartizioni pavimentali, 
quella di S. Giacomo altre porzioni di pavimento, una serie di 
cinque guilloche e un disegno centrale. Per fare un pavimento 
cosmatesco completo, a queste caratteristiche mancava una 
serie di quinconce e qualche altra buona porzione di rettangoli 
pavimentali. Immaginando in una visione unitaria i tre 
pavimenti, è stato facile accorparli per derivarne uno solo e 
che questo sia stato originariamente quello della chiesa di S. 
Pietro in Vineis, dove i maestri Cosmati lavorarono dal 1231 
al 1235. 
Una scoperta di grande valore quindi, storico-turistico per 



91 



Anagni e per lo studio dell'arte cosmatesca in quanto va a 
colmare un periodo, dal 1231, al 1235, in cui fino ad oggi non 
era possibile fare ancora nessuna ipotesi di lavoro della 
famiglia di Cosma I. 




Figura 41 

La facciata della chiesa di S. Pietro in Vineis con la lunga 
scalinata e il bel campanile 

Anagni. S. Pietro in Vineis, considerazioni dopo una mia 
seconda visita e ricostruzione ideale del pavimento 
cosmatesco originale. 



Il 29 ottobre 2010 ho visitato per una seconda volta la chiesa 
di S. Pietro in Vineis e quelle di S. Giacomo in S. Paolo e S. 
Andrea, per fare un rilievo della superficie delle aree 
pavimentali generali e di quelle occupate dalla sola 
pavimentazione cosmatesca, al fine di quantificare, sebbene 
approssimativamente e giusto per avere un'idea, quella che 
potrebbe essere stata l'area della superficie del pavimento 
cosmatesco originario realizzato dai Cosmati in S.Pietro in 



92 



Vineis. Nella mia seconda analisi, visiva prima e fotografica 
dopo, è emerso che il piano rialzato su cui è ancora presente 
la parte di pavimento a mosaico, è formata da tessere originali 
solo per una modesta percentuale. In particolare, la fascia 
centrale del quinconce e mezzo può definirsi quasi totalmente 
originale, cioè composta (o probabilmente ricomposta in 
alcune parti) dalle tessere originali che formavano l'antico 
pavimento. Lo stesso può dirsi di altre piccole zone limitrofe, 
mentre gran parte delle ripartizioni rettangolari laterali, fin 
sotto i muri delle navate, è costituita da tessere marmoree 
visibilmente diverse da quelle della fascia centrale, più 
regolari, lisce e "nuove". 

Da notare, inoltre, che in queste zone laterali, i patterns 
geometrici che ripetono esattamente quelli dei Cosmati, non 
sono suddivisi dalle classiche delimitazioni rettangolari di 
fasce di listelli in marmo, ma presentano una soluzione di 
continuità, mescolando le fasce tra loro con i relativi disegni 
geometrici, totalmente inconciliabile con l'arte del pavimento 
cosmatesco che conosciamo. 

Nella fig. 80 si vede benissimo quanto detto. 




Figura 42 



93 



Grazie alla gentile collaborazione del dott. Salvatore De 
Punzio dell'INPDAP di Anagni, ente proprietario dell'intero 
complesso strutturale di S. Pietro in Vineis, ho potuto 
visionare il libro raro di Michele Rak, "Il Collegio Principe di 
Piemonte e la chiesa di S. Pietro in Vineis in Anagni", 
pubblicazione curata di recente dallo stesso ente INPDAP. Un 
libro straordinariamente bello che racconta storicamente e 
visivamente, grazie a immagini professionali ad alta 
definizione e di grande formato, la chiesa e soprattutto il suo 
tesoro d'arte principale, costituito dal ciclo di affreschi 
francescani duecenteschi. Tra i vari interventi, troviamo un 
breve e succoso inserto con alcune belle immagini del 
pavimento cosmatesco e un testo che ne racconta per sommi 
capi la sua misteriosa storia. Ma soprattutto ci riconduce 
all'importante documentazione che testimonia come si 
presentava il pavimento nel 1890, quando il viaggiatore e 
storico Enrico Stevenson, visitò la chiesa di S. Pietro in 
Vineis rapportando in dettaglio le sue vicende e ciò che aveva 
visto in un manoscritto oggi conservato nella Biblioteca 
Apostolica Vaticana. Grazie al Rak, possiamo conoscere 
almeno una parte di questo rapporto relativo al pavimento e 
uno schizzo di come esso si presentava ai suoi occhi. 

Per completezza, riporto di seguito il breve testo del Rak: 

"Il pavimento di S. Pietro in Vineis, nella zona orientale, 
presenta un doppio rialzo, il primo all'altezza della seconda 
campata, il secondo che delimita l'ultima campata e quindi la 
zona dell'altare maggiore; nella zona intermedia, 
corrispondente quindi alla seconda campata, la 
pavimentazione è a mosaico cosmatesco, tuttavia, molto 
manomesso e forse qui trasportato e riunito da altre zone 
della chiesa. Risulta difficile datare con precisione i 
pavimenti cosmateschi, soprattutto se frutto di rifacimenti, 
come nel caso di Anagni, tuttavia tale pavimentazione fu 
probabilmente realizzata all'epoca di Papa Onorio III, primi 
decenni del Duecento. Il pavimento è stato oggetto 



94 



d'attenzione da parte di Enrico Stevenson, che nel 1890 visitò 
S. Pietro in Vineis e ne scrisse una minuziosa descrizione 
conservata nella Biblioteca Vaticana. Dal manoscritto di 
apprende: "...Il pavimento era di opera cosiddetta 
alessandrina, ma fu rinnovato dopo il 1575. Rimase però 
qualche parte di quella decorazione nel bema cui si salisce 
per due o tre gradini. Innanzi all'aitar maggiore è un lavoro 
a meandri coperto alquanto dalla predella dell'altare che è 
stata tratta innanzi. Al fianco, fino anche in parte delle 
cappelle laterali, sono vari riquadri distinti da fasce 
marmoree, dentro sonovi piccoli quadratini alternati, con 
triangoli, ovuli, ecc. L'altare è antico; è isolato, benché 
vicinissimo alla parete. . .". 

Infine, Rak riporta un breve accenno al pavimento 
dell'architetto Calza Bini che ha restaurato tutto il complesso: 
"...si rimetteranno comunque in luce [....] e il pavimento 
cosmatesco purtroppo oggi rovinato dall'uso cui la chiesa è 
destinata". 

Tuttavia, queste pur importanti testimonianze non aiutano a 
restituirci notizie di come doveva presentarsi il pavimento nei 
secoli dal XIII al XVI quando, secondo me, sono avvenuti i 
maggiori sconvolgimenti dello stesso. 

L'unica cosa che possiamo dire è che al tempo in cui 
Stevenson visitò la chiesa, nel 1890, il pavimento che egli ci 
ha restituito nello schizzo visibile nella figura a sinistra, aveva 
già le dimensioni e l'aspetto di come lo conosciamo oggi. 

Nello schizzo di Stevenson (fig. 81) si riconosce 
perfettamente la parte di pavimentazione cosmatesca esistente 
nel piano rialzato fino davanti all'altare; al centro si vede 
benissimo il quinconce e mezzo e dietro il rettangolo con tre 
ripartizioni (queste non riportate) relative a tre disegni 
geometrici. Le parti scure sono i due pilastri che delimitano la 
zona del quinconce, mentre il lato superiore è il limite del 
primo piano rialzato cui segue il gradito con l'altare e il 
secondi piano rialzato dove di pavimentazione cosmatesca è 
rimasto solo un rettangolo ai piedi del pilastro di destra. Nello 



95 



schizzo di Stevenson si notano ancora alcune altre ripartizioni 
rettangolari del pavimento e si interrompe verso la metà dei 
rettangoli presenti a sinistra e lo stesso nella zona destra. Con 
questo accorgimento, Stevenson ha voluto indicare l'assenza 
di pavimentazione cosmatesca e forse di pavimentazione in 
generale nelle zone laterali, dove invece oggi si vedono le 
fasce di tessere meno antiche di cui parlavo prima. Il che 
dimostra la mia tesi, secondo cui esse sono moderne e 
realizzate in stile cosmatesco dopo il 1890 per supplire quelle 
zone di pavimento vuoto. Lo schizzo di Stevenson, dimostra 
che l'assemblaggio delle tessere originali del pavimento 



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cosmatesco, è stato eseguito prima del 1890. Egli scrive nei 
suoi appunti che il pavimento subì trasformazioni ("fu 
rinnovato") dopo il 1575. Da dove egli apprenda questa 
notizia non è dato sapere, ma possiamo immaginare, 
scorrendo le poche vicende storiche conosciute della chiesa, 
che egli si riferisse al passaggio del convento dalle Clarisse ai 
Cappuccini che avvenne, appunto, nel 1575. Sempre dal Rak 
apprendiamo che "dal 1628 al 1630, vennero eseguiti lavori 
che interessarono l'intera costruzione, le fondamenta e le 



96 



muraglie". E' forse in questi anni, epoca in cui imperversava 
la distruzione degli arredi liturgici gotico-medievali in favore 
di quelli barocchi, che il pavimento cosmatesco subì i 
maggiori danni e sconvolgimenti? Non è detto, come vedremo 
tra poco. 

La cronologia dei lavori di restauro è sempre più incalzante: 
nel 1734 fu ripristinato il tetto della chiesa; nel 1759 ancora il 
tetto e le due navate, mentre nel 1789 il muro del convento. Il 
secolo XIX potrebbe essere il maggiore responsabile dei 
cambiamento di tutto il complesso. Nel 1814 il convento subì 
di nuovo un primo restauro. Nel 1833 si intervenne sulla 
facciata della chiesa; nel 1837 fu necessario restaurare le mura 
della clausura; poi altri lavori furono eseguiti nel 1844, nel 
1863 e nel 1865. Ora arriviamo al punto forte. Sempre dal 
Rak, si legge: " nel 1866 si intervenne sulla navata centrale 
della chiesa, con la picconatura dei pavimenti, essendo 
"parimenti irregolari", la ricostruzione dei pilastri e delle volte 
di sinistra e di centro, la sistemazione delle finestre e di due 
altar i". Questo passo è fondamentale per poter formulare 
ipotesi verosimili, anche se molto azzardate, sulle vicende 
principali del pavimento cosmatesco prima della sua 
trasformazione in quello che vediamo oggi. 

A dire il vero, mi è difficile credere che i Cappuccini avessero 
avuto a cuore tali forse eccessive trasformazioni del 
complesso religioso per poi uscirne fuori dopo appena undici 
anni, cioè nel 1877. Mi risulta altresì difficile credere che i 
Cappuccini stessi abbiamo determinato la "picconatura" del 
pavimento cosmatesco, ma su questo è difficile pronunciarsi. 
Considerato che nello schizzo di Stevenson si vede il vuoto 
nelle porzioni pavimentali laterali alla fascia cosmatesca 
centrale e che egli visitò la chiesa solo 24 anni dopo i restauri 
del 1866, è possibile ipotizzare: 

a) che su quel piano rialzato il pavimento non ci fosse del 
tutto e che la parte cosmatesca, spicconata dalla navata 
centrale fosse stata portata e rimontata in quel luogo nel 1866 



97 



restando così vicino alla visita di Stevenson e dopo suppliti i 
vuoti con tessere nuove miste a quelle eventualmente 
avanzate; tutto il quinconce e mezzo che risulta poco o per 
nulla alterato, potrebbe essere stato staccato in un sol pezzo e 
portato nel luogo ove ora si trova; 

b) che il livello del pavimento originale fosse quello del piano 
rialzato su cui si vede la fascia cosmatesca e che nei lavori di 
restauro sono stati realizzati i gradini e abbassato il livello del 
pavimento della navata centrale allo stato attuale; 

e) che il livello del pavimento originale fosse quello della 
odierna navata centrale fino all'abside e che nel 1866 sono 
stati realizzati i due piani rialzati con i gradini ed ivi, nel 
primo, trasportati i resti del pavimento cosmatesco 
"spicconato" nel 1866. Ciò spiegherebbe i vuoti attorno alla 
fascia cosmatesca, come riportato nel disegno di Stevenson. 

Stando alla frase sottolineata sopra, io sarei propenso a 
credere che il pavimento originale della chiesa sia stato quello 
del livello dell'odierna navata centrale e che nel 1866 sono 
stati realizzati i due piani rialzati presso il presbiterio e 
spicconato il pavimento cosmatesco di cui una parte è stata 
trasportata in ben tre chiese di Anagni 10 : 

1) una parte significativa, comprendente un rettangolo di 5 
guilloche, un cerchio di mt. 3,5 di diametro con una enorme 
stella centrale e riempimenti triangolari di patterns geometrici 
e molte ripartizioni rettangolari, nella chiesa di S. Giacomo in 
S. Paolo, la quale non è una chiesa romanica, ma barocca e 
non avrebbe potuto avere un pavimento cosmatesco! 

2) Un'altra piccola, ma significativa parte del pavimento, è 
stata rimontata con diverse partizioni rettangolari, nel 
presbiterio della chiesa di S. Andrea, stavolta romanica, di 
origine, ma ai tempi attuali solo per la presenza del campanile 



10 Anche Don Angelo che ho intervistato nel Seminario di Anagni, mi ha 
confermato questa derivazione. 

98 



esterno. 

3) Una piccola parte, costituita da piccoli rettangoli, 
ricostruita egregiamente nel piccolo presbiterio della chiesa 
dei SS. Cosma e Damiano delle suore che oggi sono nel 
palazzo Bonifacio Vili. 

Tutti i conti tornano. Per fare un pavimento cosmatesco, 
occorrono molte ripartizioni rettangolari per coprire le 
superfici delle navate laterali; una fascia centrale 
generalmente composta da almeno una serie di guilloche, 
riquadri e una serie di quinconce. Quando pensai che tutti e 
tre i pavimenti potessero essere invece parti distaccate di uno 
stesso pavimento, l'idea prese forma nell'immaginaria 
ricostruzione di tutti questi dettagli. 

In particolare, il fatto che sul piano rialzato in S. Pietro in 
Vineis vi fosse un quinconce e mezzo, mi fece subito pensare 
che: o quel livello doveva essere un tempo quello del 
pavimento originario e da quel punto, quindi, doveva 
estendersi la fascia con una serie probabilmente di cinque 
quinconce 11 , oppure quella parte di pavimento era stata 
letteralmente segata e distaccata dalla fascia della navata 
centrale, e quindi rimontata su quel piano rialzato. 

Nella mia seconda visita ho calcolato approssimativamente le 
aree delle superfici pavimentali delle dette chiese e le aree 
coperte dalla sola pavimentazione cosmatesca originale. 
L'area della superficie pavimentale calpestarle della chiesa 
di S. Pietro in Vineis è approssimativamente di 300 metri 
quadri, mentre l'area totale delle porzioni di pavimento 
cosmatesco visibile attualmente in S. Pietro in Vineis, S. 
Giacomo in S. Paolo, S. Andrea e SS. Cosma e Damiano nel 
palazzo Bonifacio Vili, non superano i 200 metri quadri. Le 



11 Cinque perché è un numero che piace molto ai Cosmati e perché cinque 
è il numero di guilloche presenti in S. Giacomo e quindi cinque, dovevano 
essere i quinconce in S. Pietro in Vineis. 



99 



misure però sono molto approssimative e a queste 
bisognerebbe sottrarre le aree di superficie occupate dai 
pilastri e forse escludere le parti più laterali delle navate. Se ci 
si attiene solo alla zona della navata centrale e fino all'abside 
della chiesa di S. Pietro, allora possiamo dire che tutti i conti 
tornano e possiamo addirittura tentare una ricostruzione ideale 
dell'originario pavimento cosmatesco di S. Pietro in Vineis. 

Insomma, per tutto quanto detto e visto, appare evidentissimo 
che il pavimento cosmatesco originale di S. Pietro in Vineis è 
stato smantellato, sezionato e trasportato in almeno tre chiese 
d'Anagni. Questo sarebbe accaduto, stando ai pochi indizi che 
si leggono nelle fonti storiche, nel 1866, quando la chiesa è 
stata interessata da pesanti lavori di restauro e ricostruzione in 
cui è stata effettuata una "picconatura" del pavimento della 
navata centrale. Tale ricostruzione storica e architettonica, 
appare la più plausibile perché risponde perfettamente a tutte 
le domande che ci si pone trovandosi di fronte ai monumenti 
che abbiano finora visti in Anagni, se si esclude la cattedrale. 
Non è dato sapere sulla base di quali nozioni è stata concepita 
la ricostruzione delle parti pavimentali nelle altre chiese. 
Personalmente sono convinto che in S. Pietro in Vineis, 
fossero cinque i quinconce che si susseguivano nella fascia 
centrale, ma di questi ne resta solo uno e mezzo. La stella 
ottagonale che per stile e concezione richiama perfettamente 
quella presente nel pavimento cosmatesco dello Speco di 
Subiaco, pure fatto da Cosma e figli e rafforza ulteriormente 
quindi le nostre ipotesi sull'identificazione del pavimento di 
S. Pietro in Vineis, come un lavoro di questa bottega, doveva 
sicuramente intervallare la fascia di quinconce con quella 
delle cinque guilloche, esattamente al centro della navata. In 
questa nuova ottica, quindi, possiamo azzardare una ipotetica 
ricostruzione del pavimento cosmatesco originario della 
chiesa anagnina, come risulta dalla figura 18. 

Vediamo ora approssimativamente l'area delle superfici di 
pavimento cosmatesco trasportato nelle altre chiese. 



100 



S. Pietro in Vineis: area totale di pavimento 

cosmatesco fatta di tessere originali pari a circa 20 m 2 ; 

S. Giacomoin S. Paolo: area totale di pavimento 

cosmatesco presente pari a circa 120 m 2 ; 

S. Andrea: area di pavimento cosmatesco presente nel 

presbiterio, circa 50 m 2 ; 

S.S. Cosma e Damiano (Palazzo Bonifacio Vili), zona 

presbiteriale con altare, circa 6 m 2 ; 

Nella chiesa di S. Giacomo in S. Paolo, la stella ottagonale è 
posta sul pavimento moderno, distanziata dalle due parti di 
pavimento cosmatesco, la prima all'inizio della chiesa e la 
seconda davanti al presbiterio. Ci sono quattro rettangoli 
stretti e lunghi , disposti a forma di X che danno una lieve 
idea di continuità e congiungono la stella con i due pavimenti. 
E' impossibile, fino alla scoperta di qualche prova 
documentale, dire se queste fasce rettangolari, lunghe 
ciascuna approssimativamente cinque metri che si dipartono 
dalla stella al centro del pavimento, fossero concepite ex novo 
dalla conoscenza del pavimento di S. Pietro in Vineis o una 
idea dell'architetto che ha rimpiazzato i pavimenti in S. 
Giacomo dopo il 1866. 

La fascia contenente le 5 guilloche è lunga all'inarca 6 metri, 
mentre la stella ottagonale è inscritta in un cerchio del 
diametro di 3,5 metri. Le dimensioni della fascia di guilloche, 
della stella ottagonale e della presunta fascia di 5 quinconce 
sono tali da mostrare proporzioni reciproche ottime per un 
ideale "assemblaggio", dove la stella occupa il posto di rilievo 
al centro del pavimento e quindi al centro della navata 
centrale della chiesa di S. Pietro in Vineis. Nella ricostruzione 
però, è quasi impossibile dare un senso alle quattro fasce 
rettangolari lunghe 5 metri l'una che sono oggi presenti in S. 
Giacomo. Se la stella doveva occupare il centro della navata 
centrale in S. Pietro in Vineis, le fasce ad X avrebbero subito 
incontrato i quattro pilastri del centro della navata e non 



101 



avrebbero avuto molto senso. Esse, quindi, sono da 
considerarsi, con ogni probabilità, una fantasia nella 
ricostruzione del pavimento in S. Giacomo. 

Immagini del pavimento di S. Pietro in Vineis 




Figura 44 Immagine del pavimento dal libro di Rak 

01. Veduta della navata centrale con i tre gradini del primo 



102 



piano rialzato con il pavimento cosmatesco e il gradino 
successivo che porta al presbiterio e all'altare presso l'abside. 

02. Una vista laterale del pavimento 

03 fig. 82. Una bella immagina in prospettiva del pavimento 

04 fig. 83. Il bel quinconce interrotto (foto da Rak) 

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Figura 45 

05-06 fig. 84) . Ancora due dettagli del pavimento dal libro di 
Rak 

07-08 (Fig. 85). Si vedono parti del pavimento 
sostanzialmente originali. E' difficile dire se queste parti siano 
state "rimontate" tessera per tessera o se, come più probabile, 
siano state staccate parti intere e assemblate. Così si potrebbe 
spiegare per esempio il fatto che la foto 07 mostra una ruota 
del quinconce che sembra essere rimasta intatta, mentre altre 



103 



zone hanno subito piccole manomissioni con il rimpiazzo di 
piccole tessere di colore casuale, venendo meno al principio 
di simmetria policroma sempre presente e perfetto nei lavori 
originali cosmateschi, sia decorativi che pavimentali. 




Figura 46 







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Figura 47 

09. Qui siamo di fronte al pasticcio. Anzi, ad uno dei tanti 
pasticci più o meno vistosi presenti nel pavimento cosmatesco 
di S. Pietro in Vineis. Questo dimostra quanto superficiale, 
approssimativo e forse senza alcuna intenzione né di 
conservazione, né di valorizzazione artistica, sia stato il 
lavoro di restauro, almeno nella parte decorativa che interessa 
il pavimento della navata centrale, effettuato nel XIX secolo. 
In effetti, la foto dimostra che invece di un lavoro di restauro, 
si è trattato di un lavoro di reimpiego e di rimpiazzo degli 
avanzi del pavimento cosmatesco. Qui si vedono assurde 
mescolanze di patterns geometrici con tessere marmoree di 
colori diversi e marmi presi da materiale di spoglio. 



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Figura 48 

10. (fig. 87) Porzione di pavimento mista. Visibile una parte 
di un piccolo quinconce. 

11. La striscia di pavimento cosmatesco rifatto con tessere 
originali, unica porzione esistente sul limite del secondo 
gradino di rialzo. 

12-13-14-15. Alcuni patterns originali 12 e 13 relativi alla 
foto Ile 14-15 presenti lungo la fascia centrale. 

16-17 (fig. 88). Due esempi di pavimentazione mista supplita 
con tessere moderne (1800) ai bordi e al centro con frammenti 
di lastre di marmo epigrafiche provenienti da materiale di 
spoglio ed accenno ad alcuni motivi geometrici misti 
realizzati con tessere marmoree originali, provenienti dal 
pavimento cosmatesco della navata centrale. Sono visibili a 
sinistra un motivo "ad triangulum" con tessere esagonali e 
triangolari; a centro una porzione di fascia decorativa, 
probabilmente facente parte delle decorazioni della fascia 
centrale dei quinconce; un motivo a stella inscritta in un 



105 



quadrato, alternato ad una fila "ad quadratura" supplici in 
basso con tessere moderne bianche; sulla destra un motivo a 
triangoli del tipo di Sierpinski. 













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Figura 49 







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Figura 50 

Fig.89 Ricostruzione immaginaria del pavimento cosmatesco 
originale in S. Pietro in Vineis. 



107 




Figura 51 



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La distanza longitudinale tra un pilastro e il successivo è di 
circa 4 mt. Proporzionando approssimativamente la fascia 
delle 5 guilloche (6 mt circa), la stella ottagonale di 3,5 mt di 
diametro (cerchio esterno) e i cinque quinconce giustapposti, 
si inizia a poca distanza dall'ingresso e si arriva esattamente 
dinanzi al luogo dove un tempo doveva essere l'altare davanti 
all'abside. 



Chiesa dei SS. Cosma e Damiano nel convento delle Suore 
Cistercensi nel Palazzo Bonifacio Vili 



Nelle vicinanze della Cattedrale si eleva il Palazzo di 
Bonifacio Vili, ove, secondo la tradizione locale, avvenne il 
noto episodio dello "schiaffo d'Anagni". Il palazzo sorse nei 
primi anni del Duecento, trasformando precedenti edifici, 
alcuni dei quali erano, probabilmente, destinati a 
fortificazione. Appartenne a Gregorio IX che lo utilizzò come 
sua residenza; nel 1295 fu acquistato dai Caetani con l'intento 
di formare, assieme al vicino palazzo di famiglia, una zona 
esclusivamente controllata dai parenti di papa Bonifacio. Oggi 
il complesso è collegato al l'imponente Monastero delle suore 
della congregazione cistercense fondata da suor Claudia De 
Angelis, una mistica anagnina del Settecento. Il Palazzo di 
Bonifacio Vili è un enorme complesso edilizio che si sviluppa 
su diversi piani; nella parte posteriore è sorretto da robuste ed 
ampie arcate; nei tre piani principali c'è un gioco di archi a 
tutto sesto ed a ogiva, sormontati da volte a crociera. Le sale 
sono normalmente tre per piano e quelle del l'ultimo sono 
decorate da affreschi con motivi araldici, ornamentali e 
zoomorfici. In una di queste, nella sala detta delle 
"scacchiere" per gli affreschi a motivi araldici, si sarebbe 
verificato l'episodio dello "schiaffo". 



109 



Al livello della strada principale che porta nella piazza, si 
trova la piccola chiesa dei Santi Cosma e Damiano, 
appartenente alle Suore Cistercensi. Essa è di modeste 
dimensioni e tutta in stile barocco. Nel piccolo presbiterio è 
stato allestito un modesto ed elegante pavimento cosmatesco, 
tutto intorno all'altare. Si tratta dell'ultima porzione di 
pavimento conosciuta (in attesa di scorgerne ancora in chissà 
quali altre chiese) derivante da quello cosmatesco di S. Pietro 
in Vineis. Qui la ricostruzione si presenta ben fatta, ma non 
rispettosa delle caratteristiche dei Cosmati sulla peculiarità 
della simmetria dei colori. L'area totale è di circa 6-8 metri 
quadrati, ricoperta dai soli rettangoli di pavimentazione con 
alcuni tipi di patterns che si ripetono. Le tessere sembrano 
essere in buono stato, probabilmente scelte tra le migliori 
conservatesi dai resti del pavimento di S. Pietro in Vineis. 
Davanti all'altare è stato formato un rettangolo molto bello ed 
elegante, con il pattern di un esagono inscritto in un cerchio di 
listelli di marmo e che contiene una serie di stelle di losanghe 
bianche, inscritte a loro volta in esagoni che si ripetono in file 
trasversali. Le tessere bianche di queste stelle non sembrano 
essere consunte dal tempo, o almeno di come dovrebbero 
esserlo dopo mille anni e le incurie subite. Si tratta certamente 
di un rifacimento moderno, mentre altre parti pavimentali, 
danno l'impressione di contenere tessere abbastanza antiche e 
consunte dal tempo e dall'incuria da poter essere credute 
originali del pavimento di S. Pietro in Vineis. 

Il riquadro che è dinanzi all'altare ha un motivo esagonale 
compreso in sei losanghe di marmo bianco moderno. 
L'esagono è a sua volta composto di esagoni minori, 
intersecanti, fatti di piccole losanghe rosse e verdi alternate da 
tessere minori triangolari. L'insieme produce una stella a sei 
punte al cui centro vi è un'altro esagono con inscritta una 
stella fatta di sei piccole losanghe bianche. Questo motivo 
geometrico complesso è una caratteristica quasi costante dei 
lavori delle pavimentazioni cosmatesche della bottega di 
Iacopo di Lorenzo e dei successori Cosma I, Iacopo II e Luca. 



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Pertanto, la ricostruzione di questo pavimento, se fatta sulla 
base di quanto esso mostrava nel suo stato originale, dovrebbe 
ancora una volta dimostrare l'operato della bottega di Lorenzo 
ad Anagni. E' abbastanza evidente anche la diversità dello 
stato di conservazione delle tessere nell'esagono e nel pattern 
a stella che contorna l'esagono centrale. 
Probabilmente al momento di ricostruire il pavimento furono 
utilizzate tessere originali miste a tessere moderne. 

Nove in tutto i rettangoli di pavimento cosmatesco, compreso 
quello dinanzi all'altare con l'esagono. Molte tessere sono 
moderne, alcune parti di pavimento sembrano invece essere 
più verosimilmente antiche ed originali, anche se assemblate 
senza tener conto delle simmetrie dei colori. 

Considerato, quindi, la modesta area di questa 
pavimentazione, circoscritta solo al piccolo presbiterio; 
l'evidenza della ricostruzione mediante l'utilizzo di tessere 
moderne miste a tessere più antiche; la sua collocazione in 
una chiesa prettamente barocca; l'assenza di un disegno 
pavimentale come nella normale concezione dell'intento 
cosmatesco, unitamente all'evidenza stilistica che i pochi 
dettagli possono mostrare, certamente attribuibile alla bottega 
di Lorenzo, tutto ciò fa supporre con una certa sicurezza che 
anche parte di questo monumento sia stato un tempo derivato 
dallo smantellato pavimento della chiesa di San Pietro in 
Vineis. 



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TAVOLE FUORI TESTO 



113 



114 




S. Pietro in Vineis. Navata centrale e rialzo del presbiterio 




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Il fiore della vita, caratteristica costante dei lavori pavimentali della 
bottega di Lorenzo. Qui l'esecuzione è perfetta e si notano i lineamenti del 
disegno geometrico sul quale sono state inserite le tessere oblunghe verdi. 
Simmetria policroma perfetta. Questo è un lavoro originale dei Cosmati. 



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Resti di un piccolo quinconce asimmetrico rimontato in modo casuale con 
altre lastre marmoree, 




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Un altro disco del quinconce di S. Pietro in Vineis in cui si vede ancora 
uno dei motivi caratteristici dello stile di Cosma: l'esagono con inscritta la 
stessa a sei punte. 



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La porzione che comprende un quinconce e mezzo giustapposti, proprio 
come nella cripta della cattedrale di Anagni. 




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Un altro disco del quinconce con uno dei motivi ricorrenti nello stile di 
Cosma: quattro losanghe oblunghe verdi che formano una stella a quattro 
punte. 



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Esempio della pavimentazione rifatta mescolando tessere antiche, nuove e 
materiale marmoreo di spoglio. 




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INDICE 



Premessa 5 

Prefazione 7 

Un po' di storia 9 

Genealogia dei Cosmati 12 

Tavola cronologica 19 

La poesia geometrica dei Cosmati 25 

Lo stile dei Cosmati 27 

Patterns geometrici 29 

Origini dell'arte cosmatesca 31 

Itinerari cosmateschi nel Basso Lazio e Alta Campania 38 

Anagni. Il pavimento della chiesa di S. Giacomo 47 

• Premesse generali 48 

• Il pavimento 49 

• Falsi cosmateschi? 62 

• Patterns geometrici 65 

• Un tabernacolo di Vassalletto? 67 

Anagni. Resti dei pavimenti nelle chiese di S. Andrea, 
San Pietro in Vineis e SS. Cosma e Damiano nel Palaz- 
zo Bonifacio Vili 73 
Chiesa di S. Andrea 73 
Chiesa di San Pietro in Vineis, una nuova attribuzione 
alla bottega di Cosma I. 76 
Conclusioni 91 
S. Pietro in Vineis: considerazioni dopo una mia seconda 
visita e ricostruzione ideale del pavimento originale 92 
Chiesa dei SS. Cosma e Damiano 109 
Tavole fuori testo 113 



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L'autore 




Nicola Severino (Sparanise, 1960), geometra, musicista 
professionista e compositore, è da sempre appassionato di 
astronomia, astrofilia, storia dell'arte medievale ed è 
considerato uno dei maggiori studiosi di storia della 
Gnomonica. 

Dal 1985 fonda diverse associazioni amatoriali di astrofilia 
per la divulgazione dell'astronomia e dell'osservazione del 
cielo. Nel 1988 inizia ad occuparsi a tempo pieno di storia 
della gnomonica. Le sue ricerche, uniche e molto apprezzate 
nel mondo, hanno portato alla realizzazione di oltre una 
dozzina di volumi e centinaia di articoli, molti dei quali 
pubblicati su riviste nazionali come Nuovo Orione, 
Astronomia UAI, Cortina Astronomica, ecc. (collaborando 
con personaggi come Walter Ferreri, Salvo De Meis, Piero 
Tempesti), e internazionali, come il British Sundial Society 
Bulletin e The Compendium della North American Sundials 
Society. 

Nel 1992 scrive il primo trattato italiano specifico sulla storia 
della gnomonica. Un'opera che a distanza di oltre vent'anni 
non ha ancora eguali. 

Nel 1995 è il primo autore al mondo a divulgare in modo 
chiaro ed esauriente la gnomonica di Athanasius Kircher, 
descrivendo anche le Tavole Sciateriche. 
Dal 1992 inizia a lavorare ad un progetto bibliografico della 
gnomonica che porterà a realizzare nel 1997, in 
collaborazione con Charles Kenneth Aked, direttore editoriale 
della British Sundial Society, la più grande bibliografia 
gnomonica di tutti i tempi, denominata "International 



123 



Gnomonic Bibliography" , che elenca oltre 12000 titoli tra 
manoscritti, testi a stampa ed articoli. Nello stesso periodo è 
ideatore, fondatore e realizzatore della prima rivista italiana 
denominata Gnomonica con il patrocinio dell'Unione 
Astrofili Italiani, e della successiva Gnomonica Italiana. 
Nel 2005 pubblica il primo e più completo lavoro italiano 
sugli orologi solari di epoca romana, fornendo anche una 
precisa ricognizione catalografica e fotografica dei reperti 
conservati in alcuni tra i più importanti musei archeologici 
italiani (Vaticano, Roma, Pompei, Ercolano, ecc.). 
Dal 2004 è attento osservatore degli sviluppi delle biblioteche 
digitali e nello stesso anno fonda due riviste gnomoniche 
digitali: International Gnomonic Bulletin e Web Gnomonices 
di cui escono nove numeri presentati poi nel sito web 
www.nicolaseverino.it che conta, dopo soli 5 anni, oltre 
50,000 visite. Qui sono stati ospitati tutti i maggiori lavori 
dell'autore in edizioni digitali. L'ultimo progetto, molto 
apprezzato dagli appassionati di tutto il mondo, è la 
monumentale Biblioteca Digitale Gnomonica: le Fonti il 
quale prevede una catalogazione di links internet che 
rimandano ad una vasta bibliografia di opere gnomoniche 
digitalizzate consultabili liberamente on-line. 
Negli ultimi tempi è appassionato studioso dell'arte 
cosmatesca, con particolare riferimento ai pavimenti 
cosmateschi e precosmateschi dell'area compresa tra il Basso 
Lazio e l'Alta Campania. 

E' il primo autore moderno ad aver compiuto uno studio 
storico ed analitico completo dei pavimenti cosmateschi 
relativi all'area geografica predetta e soprattutto sul 
monumento principale che ha generato la storia di quest'arte: 
il pavimento precosmatesco dell'abbazia di Montecassino. 
Il monumentale volume che l'autore ha scritto quale 
continuazione ed aggiornamento degli studi effettuati sul 
pavimento desideriano dal monaco Angelo Pantoni nei primi 
anni '50 del XX secolo, è allo studio per un progetto 
editoriale a cura dell'abbazia di Montecassino. 



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